
Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri, è figura centrale nella storia repubblicana per la sua attività nella Resistenza, nella lotta al banditismo, contro il terrorismo e nella battaglia contro la mafia. Nato a Saluzzo il 27 settembre 1920, la sua vita si intreccia con alcuni dei momenti più drammatici e significativi dell'Italia del dopoguerra.
Nacque a Saluzzo, in provincia di Cuneo, il 27 settembre 1920, da Romano e da Maria Laura Bergonzi. Il padre era un ufficiale dei Carabinieri che chiuse la carriera nel 1955 da vice comandante generale dell'Arma. Dopo avere trascorso la giovinezza nelle varie sedi in cui il padre veniva inviato, allo scoppio della Seconda guerra mondiale partecipò alle operazioni nei Balcani come sottotenente di complemento e nel 1942 entrò nell'Arma.
Nel luglio del 1943, presso l'Università di Bari, conseguì la laurea in giurisprudenza; nel 1944 ottenne poi una seconda laurea, in scienze politiche. Si rifiutò di partecipare ad azioni anti-partigiane, fuggì prima di essere catturato dalle forze tedesche occupanti e si unì alla Resistenza, diventando uno dei responsabili delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli alleati. Nel dicembre del 1944 passò le linee nemiche e entrò nella parte d'Italia già liberata. Alla liberazione di Roma fu destinato al Nucleo dei carabinieri addetto alla Presidenza del consiglio e poi alla Legione della capitale.
Nel settembre del 1946 entrò a far parte del Corpo forze repressione banditismo (CFRB), operante in Sicilia, e gli fu assegnato il comando del Gruppo squadriglie di Corleone. La principale indagine da lui svolta fu quella sulla scomparsa, avvenuta nel marzo del 1948, del sindacalista Placido Rizzotto, in cui concluse che si era trattato di omicidio e ritrovò i resti del corpo di Rizzotto.
Alla conclusione delle indagini Dalla Chiesa tornò a Firenze, poi passò a Como e infine a Milano, dove diresse la compagnia interna dal 1955 al 1957, fu aiutante maggiore della prima Legione fino al 1960 e comandante del gruppo interno. Durante la lunga permanenza a Milano ebbe modo di confrontarsi con forme di criminalità diverse e puntò al miglioramento dell'efficienza, sfruttando strumenti tecnologici come il sistema dei ponti radio per una maggiore rapidità di intervento.
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Dal luglio del 1966 assunse il comando della Legione di Palermo, in attesa della promozione a colonnello, che arrivò pochi mesi dopo. Quando Dalla Chiesa giunse nel capoluogo siciliano, era in corso la controffensiva dello Stato nei confronti della criminalità mafiosa avviata dopo la cosiddetta 'prima guerra di mafia'.
L’azione di Dalla Chiesa si inserì pienamente in quel clima e determinò un’imponente risistemazione interna alla Legione. Una pratica ricorrente divennero le sortite a sorpresa che il colonnello personalmente effettuava nelle caserme da lui dipendenti, compiendo rigorose verifiche di efficienza. Come a Milano, anche a Palermo divenne noto per il suo rigore e per la grande sensibilità, come in occasione del terremoto del Belice nel gennaio del 1968, quando i suoi carabinieri furono in prima linea nei soccorsi.
Quanto alla mafia, Dalla Chiesa fu consapevole della necessità di non abbassare la guardia. Coordinò operazioni sul campo e iniziò una proficua collaborazione con la Commissione antimafia. Presentò strumenti innovativi per rendere più incisiva l’azione di contrasto, come le schede dei mafiosi e speciali planimetrie di Palermo, indicando luoghi di radicamento delle diverse 'famiglie' mafiose e aree di loro interesse.
Selezionando dieci ufficiali, nel maggio del 1974 creò il Nucleo Speciale Antiterrorismo, che riuscì a catturare a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini, fondatori delle Brigate Rosse. Il Nucleo mise a punto metodologie investigative fondate sulla specializzazione, il pedinamento e l'infiltrazione, e operò in stretta collaborazione con il pool antiterrorismo dell'ufficio istruzione di Torino.
I risultati non tardarono ad arrivare: l’8 settembre 1974, a Pinerolo, furono arrestati due dei 'capi storici' delle BR. Seguirono mesi di intensa attività con decine di arresti e la scoperta di alcune basi brigatiste. Tuttavia il Nucleo fu sciolto due anni dopo, criticato per i metodi usati e per l’eccessiva esposizione mediatica di Dalla Chiesa; la decisione trovò anche il favore di vertici dell'Arma insofferenti per quell'anomalia operativa.
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Il 9 agosto 1978 fu nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, con poteri speciali. In tale veste partecipò a operazioni decisive e nella sua attività risultò fondamentale la cooperazione con collaboratori e pentiti, come Patrizio Peci, che contribuirono alla sconfitta delle BR.
Nel dicembre 1981 Dalla Chiesa venne nominato Vicecomandante generale dell'Arma, la massima carica raggiungibile per un ufficiale generale dei Carabinieri. Il 6 aprile 1982 il Consiglio dei ministri lo nominò prefetto di Palermo; si insediò il 30 aprile 1982, il giorno dell'omicidio del sindacalista Pio La Torre.
Il governo Spadolini sperava che l’uomo che aveva sconfitto le Brigate Rosse potesse ripetere il successo in Sicilia contro la mafia. Dalla Chiesa aveva un progetto chiaro: colpire la struttura militare di Cosa Nostra e spezzare il sistema di collusioni tra mafia e politica, con un riferimento anche alla «famiglia politica più inquinata dell'isola», ossia al gruppo andreottiano siciliano.
Studiò le famiglie mafiose, ne fece un organigramma e riprese la sua sfida alla mafia, cominciata a Corleone come giovane ufficiale e proseguita a Palermo tra gli anni Sessanta e Settanta. Per Dalla Chiesa la mafia doveva essere combattuta strada per strada, rendendo evidente alla criminalità la massiccia presenza di forze dell'ordine.
Assediato dalla mafia, circondato da ostilità diffuse e lasciato senza i poteri che aveva reclamato, Dalla Chiesa si trovò in una situazione estremamente pericolosa. Quei poteri reclamati e promessi non gli erano stati ancora conferiti quando venne ucciso. Sin dall'annuncio della sua nomina, Cosa Nostra preparava la sua offensiva. «Quando ho sentito alla televisione che era stato promosso prefetto per distruggere la mafia ho detto: prepariamoci...» raccontava Totò Riina in una conversazione intercettata.
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La sua morte, la sera del 3 settembre 1982, fu il frutto di un’aggressione spietata: il generale e sua moglie Emanuela Setti Carraro si trovavano a bordo di una Autobianchi A112 in via Carini a Palermo; l’agente di scorta Domenico Russo li seguiva con un’Alfetta. Vennero affiancati da due auto e due moto di grossa cilindrata, e furono sparati qualcosa come 300 colpi con mitra AK-47. Dalla Chiesa, la moglie e l’agente di scorta persero la vita: il generale e la moglie morirono sul colpo; Russo spirò 12 giorni dopo in ospedale.
Lo sgomento della città fece eco all'anatema del cardinale Salvatore Pappalardo: «Mentre a Roma si discute Sagunto viene espugnata», indicando la fragilità delle istituzioni locali. Sul luogo dell'attentato fu scritta una frase anonima: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». Nel giorno dei funerali ci furono proteste contro i politici accusati di aver lasciato solo il generale; la figlia Rita volle sul feretro il tricolore e simboli della divisa del padre.
La responsabilità dell'assassinio fu attribuita a un gruppo di fuoco di Cosa Nostra e la cupola mafiosa fu condannata all'ergastolo in relazione alla strage. Tuttavia, come sottolinearono magistrati e procuratori, restano ampie zone d'ombra: «Si può, senz'altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia... sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale».
Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso si chiese se tutta la verità fosse stata accertata, e la domanda resta aperta anche a distanza di anni. Tommaso Buscetta, pentito di mafia, riferì che alcuni boss commentarono l'assassinio come un atto di spavalderia dei corleonesi e aggiunsero che «qualche uomo politico si era sbarazzato, servendosi della mafia, della presenza troppo ingombrante del generale».
Alla memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile. Il suo nome rimane simbolo di legalità, coraggio e dedizione allo Stato. Ogni anno, il 3 settembre, l'Italia ricorda con dolore e ammirazione il Generale e il sacrificio di chi ha dato la vita nella lotta contro la criminalità organizzata.
| Anno | Avvenimento |
|---|---|
| 1942 | Ingresso nei Carabinieri |
| 1946-1948 | Comando Gruppo squadriglie a Corleone; indagine su Placido Rizzotto |
| 1966-1973 | Comando Legione di Palermo |
| 1974 | Creazione del Nucleo Speciale Antiterrorismo; arresto dei capi BR |
| 1978 | Coordinatore per la lotta al terrorismo con poteri speciali |
| 1981 | Nomina a Vicecomandante generale dell'Arma |
| 1982 | Nomina a Prefetto di Palermo; assassinio il 3 settembre |
La figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa resta dunque al centro di molteplici narrazioni: quella dell'uomo d'ordine che ha combattuto il terrorismo e la mafia, quella dell'eroe pubblico tradito dall'isolamento istituzionale e infine quella della memoria civile che ne celebra il coraggio e denuncia le ombre rimaste sulla sua morte.
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