
Antonino Alessandro Pellegrino, più noto come Ninni, è un dirigente medico del reparto di Odontoiatria sociale e Chirurgia maxillo-facciale dell’ospedale pubblico di Cosenza, che, nato su iniziativa della dottoressa Simona Loizzo, oggi consigliere regionale della Calabria, in particolare si occupa di pazienti disabili, non autosufficienti o più svantaggiati. Originario della provincia di Reggio Calabria, ha voluto rimanere in Calabria e stabilirsi a Cosenza, per dedicarsi, insieme ai suoi colleghi di reparto, alla cura di persone fragili. Qui si ha la sensazione di essere in una specie di corpo sganciato dal resto dell’ospedale. C’è un ambiente molto più tranquillo.
Il reparto in cui opero nasce dall’intuizione della dottoressa Simona Loizzo, che, amalgamando specialità operanti in distretti confinati, ha creato una sinergia professionale che ha ridotto l’emigrazione sanitaria. Il reparto è gestito con una regola di base: l’attenzione e l’ascolto del paziente hanno il ruolo dominante. Con il rispetto degli orari di trattamento e grazie all’efficienza del personale di supporto all’Unità operativa complessa, riusciamo a ottenere che i pazienti non debbano attendere. Perciò nella nostra confortevole sala d’attesa ne stazionano pochi e i corridoi e gli spazi comuni sono sempre in ordine. Ci tengo a sottolineare che diamo priorità ai pazienti non autosufficienti. Collaboriamo attivamente con il resto dei reparti dell’ospedale.
Un discorso a parte merita l’Odontoiatria sociale. A chi si rivolge, in che modo interviene, quali risultati ha prodotto in ambito sociale, oltre che sanitario? Svolgere l’attività in questo reparto mi ha permesso oltre che una crescita professionale anche e soprattutto una crescita umana. Ci si confronta quotidianamente con le disabilità, ambito in cui c’è ancora molto lavoro da fare. Mi preme sottolineare che la nostra Unità già dal 2010 è referente del progetto Dama (Disabled Assistent Medical Access, nda), che, centrato sull’assistenza ai disabili, opera a livello nazionale. Nel 2018 il Segretariato generale del ministero della Salute ha proposto alla Conferenza Stato-Regioni il Dama come modello di gestione ospedaliera integrata della popolazione disabile a livello nazionale. Esso prevede un modello di accoglienza e assistenza alla disabilità: coinvolgendo un’équipe multidisciplinare capace di gestire direttamente le problematiche mediche e chirurgiche per il paziente disabile; predisponendo percorsi diagnostico terapeutici centrati sulla persona e coordinando tutta l’attività degli specialisti e dei servizi coinvolti. Questo aspetto è da raccontare e divulgare.
C’è un caso che subito viene in mente, a titolo di esempio? Sì, quello di una paziente proveniente da fuori regione con deficit cognitivo sindromico, cardiopatia e laringotracheomalacia. I genitori erano disperati, poiché non trovavano ospedale con personale disposto a “rischiare” il trattamento con intubazione orotracheale, indispensabile per eseguire le cure. Quando la paziente è giunta alla nostra osservazione abbiamo praticato, in accordo con il dottore Pino Pasqua, direttore dell’Unità operativa complessa di Anestesia e Rianimazione, un protocollo in assoluta sicurezza di esplorazione delle vie aeree superiori, con successiva intubazione orotracheale e quindi il trattamento odontoiatrico. Chiaramente le lascio immaginare la soddisfazione da parte dei genitori, con cui si è instaurato un bellissimo rapporto di amicizia, tanto da indurli a continuare le cure da noi, nonostante i chilometri da percorrere. Inoltre, le cure odontoiatriche sono accessibili tramite il progetto di Odontoiatria sociale dedicato a chi ha un Isee inferiore a 10.000 euro, oltre che ai pazienti con patologie invalidanti e vulnerabili. Per fare un esempio, trattiamo con successo bambini che necessitano di cure ortodontiche e cure conservative. Ho parlato con vostri pazienti, che manifestano soddisfazione.
“Il nostro lavoro è svolto da un’équipe di medici, infermieri e personale ausiliario che ogni giorno dà l’anima per il reparto; spesso mettendo da parte la propria vita privata. Ci riuniamo spesso e discutiamo a fondo delle delle criticità. Pratichiamo ascolto e compartecipazione rispetto all’andamento del reparto. Inoltre operiamo con un’équipe di anestesisti rianimatori sempre all’altezza delle molteplici problematiche che i pazienti con disabilità grave possono presentare.”
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Siete una realtà a parte, nell’ambito della sanità calabrese?«Sicuramente siamo unici. I pazienti giungono da noi da tutta la Calabria, ma anche da fuori. Ho avuto la possibilità di lavorare presso aziende di altre regioni e non solo. Perché c’è sfiducia nei confronti della sanità pubblica della Calabria? È un atteggiamento alimentato da un’informazione che racconta soltanto ciò che non va?«È giusto che l’informazione ponga l’accento su ciò che non va. Un’informazione obiettiva e completa stimola a crescere e determina un miglioramento professionale e assistenziale. Nella sanità calabrese ci sono eccellenze che magari non emergono come dovrebbero, però. Che cosa si potrebbe migliorare in questo reparto e in che modo?«Bisogna assolutamente insistere nel percorso intrapreso dalla dottoressa Loizzo. Che cosa si dovrebbe fare perché la sanità calabrese possa dare buone risposte in tutto il territorio e ridurre l’emigrazione dei pazienti verso altre regioni?«Dopo più di un decennio di Piano di rientro, è giunto il momento di investire in sanità: sia in figure professionali che in risorse tecnologiche.
La realtà descritta riflette una visione di sanità calabrese in cui l’Odontoiatria sociale funge da modello di integrazione tra assistenza sanitaria ed inclusione sociale, con percorsi diagnostico-terapeutici centrati sulla persona e coordinamento di tutte le figure presenti nelle strutture sanitarie. L’approccio multidisciplinare e l’attenzione ai pazienti fragili rappresentano una risposta concreta alle esigenze di una popolazione caratterizzata da arretratezze logistiche e necessità di cure continue.
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