
In Giappone esiste un ristorante in cui ai tavoli servono persone affette da demenza e in cui può capitare di ricevere un piatto diverso da quello ordinato. Si chiama Restaurant of Mistaken Orders (Ristorante degli ordini sbagliati) ed è un progetto sociale nato per cambiare lo sguardo pubblico sulla demenza. DAL WEB - ARTICOLO PUBBLICATO SU THE GUARDIAN
Tra gli agricoltori esiste una convinzione diffusa, anche se di solito resta sottovoce. Il vicino avrebbe potuto fare di meglio. Ha seminato troppo presto, ha lasciato crescere le erbacce, ha gestito male il campo. Lo stesso giudizio si può estendere ai paesi. Per la prima volta, i danni economici del cambiamento climatico vengono attribuiti con precisione a singoli Stati, aziende e individui. È questo il risultato di uno studio di un team di ricerca guidato da Marshall Burke, professore alla Stanford University, e pubblicato su Nature. C’è una notizia che racconta meglio di molte analisi la fase che sta attraversando l’Europa industriale. C’è una parola che fino a poco tempo fa restava confinata nei paper scientifici e che adesso comincia a entrare nel dibattito pubblico: Zettajoule. Una sentenza senza precedenti: una giuria di Los Angeles ha stabilito che Meta e Google, attraverso Instagram e YouTube, sono responsabili dei danni subiti da una ragazza oggi ventenne, agganciata da bambina da piattaforme progettate per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile. Oggi, 24 marzo 2026, cade il centenario della nascita di Dario Fo, nato il 24 marzo 1926. Uno degli artisti più originali, liberi, coraggiosi e profondamente legati all’idea di partecipazione popolare che il nostro Paese abbia avuto. Vogliamo celebrarlo con riconoscenza, condividendo un estratto dal libro “Il Grillo canta sempre al tramonto. In un villaggio del Madhya Pradesh, Premila Bhalavi riceve ogni mese 1.500 rupie dal governo indiano (circa 16 euro). Soldi che le permettono di comprare medicine, verdura fresca e pagare le rette scolastiche di suo figlio. Un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Scienza e Tecnologia di Hong Kong ha scoperto che i giochi in realtà virtuale possono ridurre l’isolamento sociale negli anziani e migliorare le loro capacità cognitive. (La realtà virtuale è una tecnologia che consente di immergersi in ambienti digitali tridimensionali attraverso visori elettronici indossabili.
Difendo Beppe Grillo anche se mi chiama «Cancronesi» e mi accusa di essere a favore dei termovalorizzatori perché… voglio far ammalare la gente di cancro. L’ho sempre stimato ed apprezzato e gliel’ho scritto in tempi non sospetti: quattro anni fa, quando non esisteva ancora il suo movimento e non c’era ancora stata la rivolta dell’antipolitica. Rispondevo ai suoi continui attacchi, lo invitavo a un dibattito civile e gli ricordavo le mie battaglie contro le miniere e le fabbriche di amianto (che provocavano il terribile mesotelioma), contro le industrie che usavano il benzene (causa di leucemie), contro le lavorazioni che utilizzavano ammine aromatiche, responsabili del tumore della vescica. Per non parlare della lotta contro il fumo. Grazie a queste battaglie, combattute fianco a fianco con altri uomini di scienza, le «fabbriche del cancro» non esistono quasi più, e le sostanze a rischio sono state messe al bando dal mondo lavorativo. Grillo continua ad attaccarmi, ma io continuo a difenderlo, oggi come ieri. Non solo in nome della libertà di opinione, ma perché penso che i comici scrutino i nostri sentimenti con finezza, e che con la lente della satira e dell’ironia ci offrano una visione più profonda della realtà. Magari perfino anticipando profeticamente il giudizio della storia.
Penso al disegnatore satirico George Grosz, che fu considerato dal nazismo «artista degenerato», e che nei suoi disegni espresse una violenta critica nei confronti di una società affaristica avida e spietata, ma che si presentava come rispettabile. Penso a Charlie Chaplin e a Tempi moderni, film del 1936 in cui costruiva l’irresistibile comicità del racconto su un attacco frontale al capitalismo selvaggio e allo sfruttamento degli operai. Fu questo film che gli valse l’accusa di filocomunismo da parte del movimento guidato da Joseph McCarthy e che lo costrinse nel 1952 ad allontanarsi per sempre dagli Stati Uniti. Io credo che sia un grande errore aver aperto la disputa su Beppe Grillo di sinistra o di destra. Una volta di più, la politica guarda il dito che indica la luna, e non la luna. Dietro all’uso vulcanico che Grillo fa del paradosso c’è in realtà un’acuta analisi del disorientamento totale e della difficoltà in cui si trova l’Italia. A partire dalla politica, che del Paese dovrebbe essere l’espressione più alta, e che invece è ormai inchiodata alla definizione di «casta».
Il fatto che il sindaco di Parma abbia deciso di accogliere in giunta solo non politici è una svolta su cui è il caso di riflettere. E’ vero che i politici hanno assunto troppo peso in tutte le aree della vita civile, anche in sanità. Grillo mette il dito sulla piaga di una politica così concentrata sul consenso personale da perdere di vista completamente il bene comune. Ma che cosa succede alla democrazia quando tutti gli spazi sono stati occupati dagli interessi dei partiti? Grillo interpreta parte della visione e del disagio dei giovani che non riescono a vedere alcun disegno di democrazia nella politica attuale. Certo, il Movimento 5 Stelle manca di progettualità e di propositività, ma non per questo va sminuito. E’ insieme facile e futile etichettarlo come qualunquismo, dimenticando che la Storia non si ripete. Il fenomeno Grillo non va demonizzato, ma va analizzato per capire le cause della sua popolarità. Bisogna avere il coraggio di ammettere che la prima causa è lo scollamento totale tra un mondo che evolve verso forme partecipative, come dimostra la forza dirompente dei social networks, e una politica ancorata al principio della rappresentatività. La rabbia di Grillo, recitata che sia, è una rabbia partecipata, condivisa da milioni di persone. L’ululato di Beppe Grillo risuona per tutto il corso, “è una cosa pazzesca, è una cosa pazzescaaa”, la voce roca e inconfondibile la sento mentre esco dal barbiere, in questo sabato di inverno carico di nuvole, cattive tentazioni e pensieri che non condivido, già sto a chiedermi che ci faccia Beppe Grillo quaggiù in provincia, nel paesone di fronte al mare, se proprio non ha altre piazze più importanti in cui andare a fare campagna elettorale, se davvero è l’unico che ha il coraggio di girarsele le piazze. Mi avvicino, supero il capannello di curiosi tra l’edicola e il cinema, la bandiera con le cinque stelle come quella di un albergo e la voce del leader che sento è quella che arriva dalle casse di uno stereo, messe lì ad amplificare un computer portatile sotto un gazebo. Sono tutti che fissano questo piccolo schermo, dentro c’è il viso alternato di un uomo simpatico che non fa che evocare catastrofi, una figurina che si agita e corre, respiro pesante e sciarpa al collo, avanti e indietro su un palco, davanti alle sagome di una folla che dentro lo schermo si immagina enorme. Comizio in streaming, mi dicono, moderno no? Sarà la democrazia della Rete il nuovo che avanza, penso, ma a vederlo da qui sembra la televisione. Tutti in silenzio ad ascoltare qualche invettiva o proposta di bombardamento contro la “casta” che probabilmente hanno votato fino a non molto tempo fa. Grillo, nello schermo, conosce tutti i segreti della scena, per intercettare uno spettatore o un passato e oramai un potenziale elettore, sa come muoversi, quando fermarsi sull’orlo di una pausa, quando chiamare la risposta o la risata, il coro di rabbia o l’applauso. Delio è l’unica faccia che conosco in mezzo a questi compaesani a cinque stelle perché qualche anno fa faceva l’assessore con un partito di sinistra radicale, una vita da operaio e da sindacalista, tutt’altro che qualunquista. Ora ora lo ritrovo qui coi grillini, “ma non sa quanta fatica nel farmi accettare, nel dimostrare che non ero lì per cambiare casacca ma solo perché ero stufo di indossarne una”. Le altre facce, ai miei occhi, sono così comuni da risultarmi aliene. Ci sono molti giovani, ma anche qualche chioma imbiancata da molti voti e, si presume, molte delusioni. Non ci sono le facce conosciute, quelle che vedo sempre nei comizi, quelli che riempiono le listarelle delle comunali o il bar sotto il Municipio. Parecchi di loro, prima di questa esperienza, non avevano mai fatto politica: non erano attratti da “quella” politica. Non andavano neppure a votare, come in molte regioni d’Italia fa quasi la metà dei cittadini. Non si riconoscevano nella proposta dei partiti tradizionali. Per molte buone ragioni, in effetti. La sera in tv guardavano i programmi dell’indignazione pagati dagli inserzionisti del potere, il marcio giustamente denunciato dai vice-gabibbi di corsa nelle strade e dai freelance con la telecamerina accesa di nascosto negli uffici di un ministero. Al comizio che le casse rimbombano in streaming da chissà quale piazza Grillo se lo dice solo, e ammicca alla folla complice: “Populista! Demagogo! Ditemelo tutti in coro!” . Qualche metro più, a un banchetto, dei ragazzi dei Giovani Democratici raccolgono firme per istituire un centro di aggregazione giovanile in città, hanno facce un po’ depresse dalla concorrenza ma abbastanza motivate per stare lì al freddo a volantinare, “è facile fare politica come fanno loro - mi dicono - monti il gazebo, attacchi le casse e il computer e hai risolto mentre il tuo leader incensa le masse con proposte improbabili, e noi qui a raccogliere firme e volantinare”. Penso che nel nostro paese è sempre stato poco chiara la differenza tra parlare al popolo e parlare da populisti, e al popolo è rimasto in mano appena un telecomando. Adesso ai comizi di Grillo è come andare gratis a uno spettacolo per cui s’era sempre pagato il biglietto, in fondo fino a un paio d’anni fa Grillo era l’unico politico per i cui comizi la gente pagava il biglietto, tante volte accade il contrario. I cittadini, con le braccia conserte ai lati delle piazze fredde e affollate, ridono ma poi va a sapere se si fideranno di mettere le chiavi del paese in mano a uno che urla la sua rabbia come tanti di noi la mattina sotto la doccia, prima di nascondere l’ansia sotto il loden, prima di indossare un sorriso da televenditore, prima di proteggersi con una sciarpa progressista. Quando Grillo comincia a parlare di speranza che qualcosa cambi, perché è l’intenzione che crea la realtà nuova, un ragazza applaude anche lei. Era una scettica di sinistra. È un altro voto conquistato. Tra pochi giorni ci chiederemo come è potuto accadere.
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