
La foresta decidua è caratterizzata da essere costituita principalmente da piante con foglie decidue, che ogni autunno cadono. Questo spettacolo attira anche molti visitatori ogni anno. Il bioma prende caratteristiche diverse a seconda dell'emisfero dove è collocato: nell'emisfero boreale le foglie sono essenzialmente caduche, mentre nell'emisfero australe, nella stessa nicchia ecologica, si possono trovare anche alberi con foglie aghiformi, ai quali d'inverno non cadono le foglie. La maggior parte di foreste decidue temperate si sviluppano in America settentrionale, dove l'inversione termica non è troppo accentuata, e in Europa. In America si trova la foresta decidua di Harvard, con un'estensione di circa 1214 ettari, comprende molti tipi di alberi come querce rosse, aceri rossi, ontani bianchi, pini e abeti del Canada. In Europa c'è il parco nazionale De Hoge Veluwe, che essendo di 585 km quadrati, e il più grande bosco dei Paesi Bassi. La flora è influenzata dalle stagioni: primavera, estate, autunno, inverno. In quest'ultima il terreno gela per un breve periodo, e possono avere luogo delle nevicate. L'autunno invece è la stagione dove le foglie cadono, invece la primavera è la stagione della ripresa vegetativa. La flora è influenzata dalle stagioni: primavera, estate, autunno, inverno.
“Ricostruire il volto forestale originario dell’Italia mediterranea, dopo che millenni di storia umana, e quindi di devastazioni e di sfruttamenti, hanno spogliato le pendici, isterilito le lande, intensamente trasformato con le colture i territori più fertili, non è certo facile impresa. Ancor più problematico è poi tentare di raffigurarci quale sarebbe oggi lo stato delle foreste peninsulari se avessero potuto durare ed evolvere indisturbate”.
I paesaggi mediterranei sono attualmente molto diversi da quelli originari: le antiche selve di Leccio sono state sostituite da macchie spesso degradate o addirittura, nei casi di maggiore degenerazione, da una vegetazione erbaceo-cespugliosa discontinua che stenta ad affermarsi su un suolo sottile e dilavato. Nel panorama delle grandi zonazioni climatiche della Terra, il bacino del Mediterraneo rappresenta una transizione tra la fascia temperata dell’Europa e la fascia tropicale arida dell’Africa settentrionale. Solo una parte dell’Italia può essere considerata strettamente mediterranea. In linea di massima il territorio italiano si può dividere, con una linea ideale che va dalla Liguria all’Abruzzo settentrionale, in due sezioni climaticamente diverse: l’arco alpino, la pianura Padana e la costa adriatica settentrionale, con un clima di tipo temperato; l’Italia peninsulare, con un clima mediterraneo. Occorre comunque sottolineare che la dorsale appenninica e buona parte dei territori collinari ricadono nel clima temperato (che si accentua man mano che ci si allontana dalle coste).
Le estati calde prive di precipitazioni e gli inverni miti favoriscono una vegetazione legnosa a sclerofille (dal greco skleros = duro, e phyllon = foglia), caratterizzate da foglie persistenti per un anno o più, ricche di tessuto sclerenchimatico, coriacee, con cuticola spessa, stomi infossati e protetti da peli, idonee a difendere le piante dall’eccessiva perdita di acqua per traspirazione.
La vegetazione legnosa mediterranea può avere struttura arborescente o arbustiva: nel primo caso sono compresi i boschi di Leccio (Quercus ilex subsp. ilex), di Quercia da sughero (Quercus suber) e le pinete; nel secondo sono incluse le formazioni di macchia, con numerose specie arbustive tra le quali, oltre al Leccio, vi sono il Mirto (Myrtus communis), il Lentisco (Pistacia lentiscus), l’Alaterno (Rhamnus alaternus subsp. alaternus), il Corbezzolo (Arbutus unedo), le Filliree (Phillyrea latifolia e P. angustifolia) ed il Laurotino (Viburnum tinus subsp. tinus).
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Soprattutto lungo il versante adriatico della Penisola Italiana, poi, in aree con maggiore umidità o di transizione verso la fascia supramediterranea, vi sono tipi di boschi misti nei quali al Leccio ed alle altre sclerofille si associano alcune latifoglie decidue e principalmente l’Orniello (Fraxinus ornus subsp. ornus), la Quercia virgiliana (Quercus virgiliana), il Carpino nero (Ostrya carpinifolia), il Carpino orientale (Carpinus orientalis) e l’Acero minore (Acer monsessulanum).
Il Leccio è la più tipica quercia del clima mediterraneo, il cui optimum si colloca nelle aree non eccessivamente calde e aride. Vegeta inoltre nelle regioni supramediterranee purché non siano troppo fredde. Specie tendenzialmente ombrofila, è indifferente al tipo di substrato, rifuggendo però dai terreni argillosi compatti. La sua plasticità ecologica la rende protagonista di situazioni anche molto diverse, potendo vegetare dagli ambienti costieri fino alle zone interne termicamente favorevoli, a oltre 1000 m di altitudine.
Il bosco sacro (lucus) dei Romani era spesso una foresta di Leccio. L’epiteto specifico ilex è il nome latino del Leccio; da ilignus = di Leccio, deriverebbe quindi il termine lignum e l’attuale “legno”. La distribuzione geografica del Leccio si estende lungo le coste del Mediterraneo, con una tendenza a una maggiore diffusione verso occidente e con irradiazioni sulle coste atlantiche dalla Francia al Marocco. Nell’Abruzzo costiero il Leccio è presente, oltre al nucleo di Torino di Sangro Marina, qua e là lungo le falesie del Chietino ed è frequente nei fossi trasversali alla linea di costa. La lecceta è la formazione più complessa e stabile dell’orizzonte mediterraneo. Le fustaie di Leccio sono però oggi molto rare e alcuni esempi possono essere osservati in Toscana, in Umbria, nel Lazio (Parco Nazionale del Circeo, Castelporziano), in Campania nel Parco Nazionale del Cilento, in Puglia sul Gargano; altri esempi sono quelli della Sicilia e della Sardegna.
Il mondo delle leccete, in Italia, è ad ogni modo, molto articolato sul piano fitogeografico, anche perché nel Mediterraneo centrale europeo la nostra Penisola svolge un ruolo di cerniera tra l’area tirrenica ad occidente e quella adriatica ad oriente. La struttura della lecceta è complessa: allo strato arboreo più elevato, oltre al Leccio, possono partecipare la Roverella (Quercus pubescens) e l’Acero minore (Acer monspessulanum). Uno strato arborescente inferiore, non sempre presente, è edificato da esemplari arborei di Corbezzolo (Arbutus unedo) e Filliree (Phyllirea latifolia e P. angustifolia). A questo segue uno strato alto-arbustivo formato soprattutto da Alaterno (Rhamnus alaternus) e Laurotino (Viburnum tinus), nel quale si sviluppano anche, in un intricatissimo intreccio, le liane: Smilace (Smilax aspera), Rosa sempervirens, Clematide fiammola (Clematis flammula), Caprifogli (in particolare Lonicera implexa e L. etrusca). Spesso è presente anche l’Edera (Hedera helix). Lo strato basso-arbustivo è generalmente dominato dal Pungitopo (Ruscus aculeatus).
Nella prima fase di degradazione, la lecceta viene sostituita da una macchia alta a Leccio, della quale mantiene in gran parte i caratteri floristici e fisionomici. La sua distribuzione è però molto più ampia della foresta a carattere residuale da cui deriva, come stadio mantenuto dalle attività antropiche. L’apparente monotonia paesaggistica di questa fitocenosi è vivacizzata non tanto dalle fioriture, poco vistose, quanto dalle fruttificazioni, che in estate ed in autunno risaltano, con il rosso dei frutti dello Smilace, della Rosa sempreverde e del Corbezzolo, con il rosso-brunastro di quelli dell’Alaterno e con il nero-ceruleo di quelli del Mirto e del Lentisco, sul verde intenso della compagine sclerofillica.
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- Lecceta termo-xerofila con Cyclamen hederifolium. E’ un bosco misto di Leccio e caducifoglie, a carattere termo-xerofilo. Nelle aree a clima mediterraneo meno caldo-arido rappresenta la lecceta zonale, mentre in aree ancora più fresche, submediterranee, assume un significato extrazonale. Le specie diagnostiche sono Cyclamen hederifolium, Viola alba subsp. dehnhardtii, Asplenium onopteris, Myrtus communis e Arisarum vulgare.
- Lecceta mesofila. Si tratta di una fitocenosi di transizione verso i boschi misti appenninici di caducifoglie, con un ampio range altitudinale, che si rinviene in alcune stazioni delle aree interne particolarmente fresche ad esposizione settentrionale, caratterizzate da una buona disponibilità idrica favorente l’affermazione di specie mesofile tipiche delle faggete. Le specie diagnostiche sono Cephalanthera longifolia, Silene italica subsp. italica, Melica uniflora, Viola reichenbachiana, Cruciata glabra, Lilium bulbiferum subsp. croceum.
- Lecceta con Daphne sericea. Bosco misto di Leccio e latifoglie decidue, delle conche interne dell’Appennino Abruzzese (Conca di Capestrano, Conca Peligna) a clima temperato submediterraneo semicontinentale. Le specie diagnostiche sono Daphne sericea, Osyris alba, Cyti sophyllum sessilifolium, Lonicera etrusca, Pistacia terebinthus.
- Lecceta con Festuca exaltata. Associazione di lecceta semi-mesofila dell’Italia meridionale, vicariante delle leccete mesofile appenniniche, rispetto alle quali presenta un carattere più termofilo ed igrofilo. Le specie diagnostiche sono Festuca exaltata, Acer opalus subsp. obtusatum, Asplenium onopteris, Carex distachya.
In Abruzzo si afferma sui substrati marnoso-arenacei del Chietino (Lecceta di Torino di Sangro, Rocca S. La Quercia da sughero (o Sughera) (Quercus suber) è un altro importante protagonista dei boschi delle coste mediterranee. Maggiormente esigente di calore e più resistente all’aridità rispetto al Leccio, la Sughera è comunque legata ad un clima piuttosto umido, come è denunciato dal suo areale, nettamente mediterraneo-occidentale. Anche le altitudini raggiunte dalla Sughera lungo i vestanti peninsulari e insulari sono meno oggetto di notevole differenza rispetto al Leccio. La Sughera, comunque, può affermarsi anche nelle alture più interne e “risalire” sensibilmente sulle montagne, dove talora sostituisce il Leccio sui suoli silicei. In passato la Sughera è stata favorita dall’uomo, sia direttamente perchè utilizzata per la produzione del sughero, sia indirettamente a causa degli incendi, in quanto la sua spessa corteccia la protegge meglio di altre specie arboree dal fuoco basso. Le sugherete, molto condizionate dall’uomo, in genere non possiedono una flora accompagnatrice caratteristica; in esse non vi è l’intricata vegetazione arbustiva tipica della lecceta, ma solo un consorzio erbaceo con cespugli radi e poche liane. Le sugherete sono particolarmente diffuse in Sardegna, ma non mancano in Calabria e Sicilia, oltre che in Liguria, Toscana, Lazio, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Non vegeta, quindi, in Abruzzo. Nella nostra regione, comunque, una sua traccia è costituita da esemplari, noti per varie località, di Cerrosughera (Quercus crenata), una quercia che secondo alcuni autori è un ibrido di Quercus cerris e Q. suber; altri autori la considerano buona specie, ormai stabilizzata. E’ presente anche in territori nei quali la Sughera non è presente, come nel caso della nostra regione. Questa entità può essere simile al Cerro, ma con foglie sempreverdi, o alla Sughera, ma con foglie a pelosità biancastra. È legata ai querceti misti, su terreni subacidi, con optimum nella fascia submediterranea.
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L’Alloro è un arbusto o piccolo albero sempreverde, che predilige un clima caldo-umido e un suolo fertile, profondo, fresco e ben drenato. Allo stato spontaneo vegeta in stazioni umide come i valloni freschi, le gole rupestri, i greti dei corsi d’acqua, a cavallo tra l’orizzonte mediterraneo e quello submediterraneo. Gli antichi Greci indicavano l’Alloro col nome di daphnè: la mitologia ci ha tramandato la leggenda della ninfa Daphne che, per sfuggire al dio Apollo, venne trasformata in Alloro, albero sacro a questo dio. Rara nel Mediterraneo, la foresta di “laurifille”, cioè di piante a foglie persistenti ma con lembo più largo e più morbido rispetto alle sclerofille, è ben rappresentata attualmente nelle Isole Canarie. L’Alloro è distribuito nel bacino del Mediterraneo, dalla Penisola Iberica all’Asia Minore. In Italia è presente in tutto il territorio, dal piede delle Alpi in giù, ma quasi sempre è coltivato e a volte naturalizzato. Anche in Abruzzo è frequentemente coltivato ed è difficile, quindi, distinguere le stazioni primarie da quelle nelle quali si è naturalizzato. Le fitocenosi, del tutto peculiari, in cui si afferma in modo ottimale sono localizzate nei valloni e forre, su substrato arenaceo-conglomeratico, in condizioni microclimatiche di elevata umidità, soprattutto nel chietino subcostiero-collinare, dove è verosimile che si trovino le stazioni primarie. Qui l’Alloro si associa spesso all’Olmo campestre (Ulmus minor) oltre che, in particolari situazioni, all’Ontano nero (Alnus glutinosa).
La macchia mediterranea è formata da una densa comunità di specie arbustive sempreverdi, nota inconfondibile dei territori mediterranei. Nella nostra Penisola è ben rappresentata e frequente e in gran parte è costituita dalle stesse specie presenti nelle foreste mediterranee. Nel linguaggio comune richiama alla mente un luogo selvaggio occupato da una boscaglia impenetrabile, ma la denominazione è entrata nel linguaggio scientifico per indicare un complesso di vegetazioni arbustive sempreverdi, proprie della regione mediterranea, caratterizzate da una fisionomia molto uniforme, anche se la composizione floristica può essere varia e articolata. Generalmente la macchia è a carattere secondario, cioè deriva dalla foresta per degradazione a causa di azioni di disturbo, soprattutto l’incendio, ma vi sono anche macchie primarie, che si affermano in aree in cui i fattori limitanti non permettono una sua ulteriore evoluzione, come accade in situazioni climatiche spiccatamente caldo-aride o lungo i ripidi versanti rocciosi costieri.
Si conoscono diversi tipi di macchia mediterranea. Una distinzione più rigorosa è legata alla composizione floristica e, in particolare, alle specie dominanti. I tipi di macchia più diffusi sono quelli in cui dominano, di volta in volta, il Leccio (Quercus ilex), la Quercia spinosa (Quercus coccifera), il Corbezzolo (Arbutus unedo), l’Erica arborea (Erica arborea), il Ginepro fenicio (Juniperus phoenicea) e quello coccolone (Juniperus macrocarpa), l’Oleastro (Olea europaea var. sylvestris), il Carrubo (Ceratonia siliqua), il Lentisco (Pistacia lentiscus), il Mirto (Myrtus communis), le Calicotomi o Sparzi (Calicotome sp.).
Di seguito vengono illustrate sinteticamente le tipologie di macchia mediterranea più diffuse in Italia, alcune delle quali presenti anche in Abruzzo. E’ una fitocenosi molto diffusa, dominata dall’Alaterno (Rhamnus alaternus) e dal Lentisco (Pistacia lentiscus), che si afferma lungo i pendii calcarei, a seguito della degradazione della lecceta. Nella sua compagine si sviluppano anche le tipiche liane del bosco di Leccio, come lo Smilace, il Caprifoglio mediterraneo, la Robbia e l’Asparago pungente.
La Quercia spinosa (Quercus coccifera) è una specie a portamento arbustivo, alta generalmente 2-4 metri, da noi legata ai territori del Meridione (Puglia e Basilicata), della Sicilia e della Sardegna. Per la limitata estensione del suo areale è meno importante delle altre querce sempreverdi, ma merita comunque un cenno in quanto componente significativa dei paesaggi dell’Italia mediterranea. Ben più consistente è la superficie occupata dalla macchia alta dominata dal Corbezzolo (Arbutus unedo), arbusto o piccolo albero con corteccia rossastra, foglie coriacee e lucide, fiori bianco-rosei riuniti in grappoli e frutti rosso-vivo. Questa macchia, che si sviluppa bene sui suoli silicei, acidi, lungo i versanti freschi, è favorita dagli incendi, in quanto il Corbezzolo è una delle prime piante legnose a ricacciare dopo il passaggio del fuoco. I frutti del Corbezzolo sono eduli, anche se un po’ insipidi: da qui l’epiteto specifico unedo = unum tantum edo: ne mangio uno solo. Con essi si preparano anche marmellate e liquori. La concomitante produzione di frutti rossi e fiori bianchi fra settembre e dicembre, associata al verde intenso delle foglie, fanno del Corbezzolo una elegantissima pianta da giardino.
La distinzione tra f., bosco e selva, non sempre facile, si basa essenzialmente sulla estensione, sull’abbondanza e sulla regolarità della vegetazione. Le aree che in origine non erano naturalmente ricoperte di f. sono quelle troppo aride o umide per consentire la vita delle piante arboree. A nord la f. si estende fino al limite degli alberi (timberline), oltre il quale vi sono vegetazioni di tundra e ghiacciai perenni. Qui manca una stagione annuale di attività vegetativa di lunghezza adeguata; analogamente, esiste un limite altimetrico, ove le catene montuose sono abbastanza elevate. Il 22% delle terre emerse è occupato da f.; vi contribuiscono le conifere per oltre il 35% (pini, abeti, larici, cedri, araucarie, tsughe, cipressi, sequoie ecc.), le latifoglie temperate con il 15% (querce, faggi, aceri, pioppi, betulle, ontani, castagni, salici, olivi ecc.), le latifoglie tropicali con circa il 50%.
Nelle aree tropicali le specie sono molto più numerose che altrove; la f. Dal punto di vista ecologico, nel senso della latitudine si possono distinguere, a partire dall’equatore, i seguenti biomi: f. equatoriali pluviali a latifoglie sempreverdi, che occupano le zone intorno all’equatore in cui le precipitazioni superano gli 80-90 cm annui, distribuite nel corso dell’anno in una o due stagioni delle piogge. L’escursione termica giorno-notte è maggiore di quella stagionale. Questo bioma è caratterizzato da una netta stratificazione in tre piani: uno di piante molto alte, svettanti, con distribuzione irregolare; un baldacchino di piante alte 20-30 m; uno strato di sottobosco, fitto solo se si interrompe lo strato precedente. F. F. temperate decidue, diffuse in zone con precipitazioni uniformi e abbondanti, temperatura moderata, nette differenze stagionali; originariamente molto diffuso, è il bioma che più risente delle modificazioni operate dall’uomo. F. temperate di conifere, caratterizzate da umidità molto notevole, temperatura moderata; le specie dominanti sono: conifere, quali abete canadese (Tsuga heterophylla), albero della vita (Thuya plicata), abete (Abies grandis), abete douglas (Pseudotsuga), sequoia. La vegetazione del sottobosco è sviluppata; molto abbondanti le piante igrofile (per es., muschi); la biomassa dei produttori è molto abbondante. F. di conifere boreali, diffuse in aree con temperatura e umidità più basse del bioma precedente, e periodicità stagionale notevole; caratterizzate da una o due specie dominanti (abete, pino, larice) e da sottobosco scarso. Le formazioni forestali svolgono azione mitigatrice del clima e hanno un’importante funzione contro il dissesto idrogeologico. Negli ultimi decenni del 20° sec. si è tuttavia sviluppato il fenomeno della progressiva riduzione di estese aree forestali, giunto alla rilevante dimensione di circa 10-11 milioni di ettari all’anno. È questo uno dei più gravi problemi ecologici, dalle importanti conseguenze sociali, sia nei paesi sviluppati sia in quelli del Terzo mondo. La fascia forestale intertropicale è la più minacciata, e ha subito, nel 20° sec., una diminuzione di circa il 45%. I più frequenti fattori di degradazione e distruzione delle superfici boschive sono gli incendi e le piogge acide. Queste sono una conseguenza degli scarichi industriali nell’atmosfera di fumi e polveri acidi; gli incendi, spesso dolosi e legati a fatti speculativi nelle medie latitudini, sono ricorrenti nei paesi tropicali, ove costituiscono il mezzo più comune per conquistare nuove aree al pascolo e all’agricoltura. Essi favoriscono peraltro la rapida desertificazione delle zone diboscate e determinano mutamenti climatici rilevanti, incidendo soprattutto sui regimi di temperatura e di umidità. F.-parco Formazione savanoide delle regioni tropicali secche, costituita da alberi distanziati, che perdono le foglie nella stagione secca, con sottobosco raggruppato in macchia e ampie radure coperte da alte Poacee perenni, che si seccano nei mesi asciutti.
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