Guida al sesto di impianto per viti da tavola: scelta, forma di allevamento e pratiche operative

Realizzare un nuovo vigneto per la produzione di uva da tavola è oggi un percorso molto complesso, che deve tener conto di molteplici fattori legati ai cambiamenti che il comparto sta attraversando: da quelli varietali a quelli legislativi, senza tralasciare quelli economici e climatici. Conoscerli, però, è fondamentale specialmente al fine di ottenere un buon risultato che permetta alla pianta di svilupparsi in maniera fisiologicamente ottimale e capace di dare produzioni interessanti in termini qualitativi.

Perché il sesto d’impianto è cruciale

Strettamente legata alla varietà, invece, è la scelta del sesto di impianto che di solito è più ampio tra le file (da 2,50 a 3,30 metri) e più stretto sulla fila (da 1,80 a 3 metri). Per effettuare la scelta di sesti d’impianto idonei bisogna tenere conto soprattutto delle forme di allevamento, di solito, nel caso di sistemi a controspalliera, il sesto d’impianto prevalentemente adottato è 3 X 1,5 m con oltre 2200 piante ad ettaro; nello spazio compreso tra le file (interfila) sono necessari almeno 2,5 m al fine di consentire il transito dei mezzi meccanici che svolgono le operazioni colturali.

Sesti di impianto più diffusi e loro effetti

In linea di massima oggi si tende ad avere un sesto d’impianto più largo. Mentre in passato il sesto più comune era di 2,30 - 2,40 x 1,80 m, in alcuni casi oggi abbiamo sesti che raggiungono anche i 3,30 x 2,70 m. Man mano che il sesto si allarga, solitamente si riduce il numero di palchi. Allargando il sesto d’impianto, infatti, non serve adoperare la Y, gli archetti o altro, perché è possibile condurre il vigneto con il mono palco. Strutture di questo tipo spesso ospitano varietà molto vigorose e tardive. Per le varietà più precoci, invece, si preferiscono sesti più stretti, un sesto comune in questo caso è 2,30 X 2,50 m. A riguardo i costi di realizzazione, potremmo riassumere il tutto dicendo che più il sesto è largo, meno costa l’impianto.

Principi di scelta della forma di allevamento

La scelta della forma di allevamento è una delle decisioni più importanti che il viticoltore compie, in quanto si tratta di definire una tipologia di coltivazione che caratterizza l'impianto per tutta la sua durata. Per stabilire quale forma di allevamento scegliere, il viticoltore deve valutare le varietà di vite da impiantare, la pendenza del terreno, il prodotto che vuole ottenere (produzioni elevate o limitate ma di qualità eccellente) e la possibilità o meno di meccanizzare le operazioni colturali. Le forme di allevamento condizionano la potatura di allevamento in relazione alla forma che si deve dare alle piante nell’età adulta.

Forme tradizionali e moderne: panoramica

  • Alberello: forma tipica dell'Italia meridionale e delle zone calde europee che non prevede sostegni alla pianta. L'impalcatura dell'alberello consiste in 3/4 branche, inserite sul tronco, ognuna provvista di uno sperone potato generalmente a 2 gemme.
  • Guyot e derivati (Capovolto, Sylvoz, Cordone speronato): forme diffuse in molte regioni italiane con differenze in altezza del fusto e nella disposizione dei cordoni permanenti.
  • Pergola e Tendone: forme di allevamento tipiche dell'uva da tavola, con impalcature alte (1,8-2 m) e capi a frutto distesi orizzontalmente su fili di ferro.
  • G.D.C. (Geneva Double Curtain): forma ideata negli anni '60 per la totale meccanizzazione, sistema a doppia spalliera con due cortine di vegetazione ricadenti in due interfilari adiacenti.
  • Sistemi a Y e uso di archetti: soluzioni nate per aumentare la superficie fotosintetica, migliorare l'intercettazione della radiazione solare e adattare la vegetazione alle coperture.

Rapporto tra forma di allevamento e gestione della luce/umidità

Uno degli aspetti più importanti che ultimamente rappresenta oggetto di dibattito tra agricoltori e tecnici, è la scelta della forma di allevamento tra Ypsilon e Tendone e del relativo sesto di impianto. Tuttavia è importante sottolineare che in merito al sesto di impianto, lo spazio più grande dovrebbe essere posizionato tra le file e non sulla fila come alcuni erroneamente affermano. Solo in questo modo la luce può entrare nel vigneto garantendone tutti i benefìci. Distanze sulla fila pari 2,80-3 metri sono da preferire se si decide di impiantare varietà apirene. Ciò consente, con una corretta potatura, di ottenere frutti più colorati, legno più maturo e piante che producono in maniera più uniforme e costante.

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schema disposizione sesto rettangolare e intervallo fila

Telo traverso, piramide e mezzo telo: gestione dell'umidità in vigneti coperti

Se si deve realizzare un impianto molto grande, coprendo anche 2.000-3.000 ceppi per vigneto per esempio, è sconsigliato realizzare la struttura “a piramide”. Questo tipo di struttura, infatti, non permette il ricircolo dell’aria. Con questi presupposti sarebbe più opportuno realizzare una struttura che chiamiamo “telo traverso”, tipica dei vigneti che sorgono vicino alla costa. Il telo traverso è molto consigliato per gli anticipi ed è anche più economico. Come anticipato quest’ultimo tipo di struttura favorisce il ricircolo dell’aria nella serra, fattore fondamentale per abbassare il tasso di umidità. Negli impianti a piramide infatti il tasso di umidità può raggiungere il 100%, la vegetazione rischia di bloccarsi e scottarsi non appena si verificano temperature interne di 36 °C. Grazie al telo traverso, invece, l’aria calda fuoriesce naturalmente dall’impianto portando via con sé anche l’umidità.

Fondamentalmente le strutture sono di due tipi: “piramidale” e “telo traverso”, anche se negli anni è stata sviluppata una nuova struttura chiamata “mezzo telo”. Il mezzo telo riesce in modo ancora più rapido a far fuoriuscire l’umidità dal vigneto attraverso una capannina. Unica pecca di questo sistema è il costo di realizzazione più elevato.

infografica confronto piramide, telo traverso e mezzo telo

Materiale vivaistico e messa a dimora delle barbatelle

Per la scelta delle barbatelle è importante ricorrere all’utilizzo di materiale vivaistico certificato, avente cartellino azzurro, al fine di avere migliori garanzie, sia genetiche (selezione clonale) che sanitarie; logicamente è più costoso del materiale standard (cartellino arancione) il quale non è stato sottoposto alla selezione clonale, quindi è meno affidabile del materiale certificato. La messa a dimora delle barbatelle generalmente viene eseguita in novembre in modo tale che possano beneficiare delle piogge autunnali e da consentire lo sviluppo delle radici che saranno pronte in primavera per il germogliamento; nel caso di una piantumazione effettuata a marzo sarà necessario intervenire con irrigazioni di soccorso estive, mentre per impianti dopo tale periodo (fino al mese di giugno), si ricorre a materiale frigoconservato.

La paraffinatura delle talee di vite è una tecnica economica e semplice che oggi viene quasi sempre applicata direttamente dai vivaisti: la paraffina, una volta raffreddata, formerà un film impermeabile che impedirà la perdita di acqua dal punto di innesto e dal taglio di potatura, consentendo di evitare il rischio di disseccamento che le piantine non coperte correrebbero in campo.

Modalità di impianto

Le barbatelle possono essere messe a dimora secondo diverse modalità quali: scavo di una buca 20 X 20 cm profonda 30 cm, a forchetta e con macchine trapiantatrici. La piantumazione con macchine trapiantatrici riduce sensibilmente l'impiego di manodopera; questi mezzi operano secondo un allineamento rettilineo dato da un raggio laser e sono in grado di mettere a dimora anche 10.000 barbatelle al giorno impegnando non più di tre-quattro operatori. Le ultime soluzioni (impianto con getto d'acqua e con trapiantatrice) sono le più economiche e oggi utilizzate.

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foto barbatelle innestate in vivaio e trapiantatrice

Realizzazione della struttura e gestione dei fili

Lo stesso anno dell’impianto, o l’anno successivo ad esso, viene costruita una robusta impalcatura per sostenere la parte aerea delle viti, per prima cosa si interrano per 50-90 cm i pali, (posti ogni 5-6 m l’uno dall’altro) che in genere hanno una lunghezza di 2,8-3 m e possono essere pali di legno, pali di metallo e pali di cemento armato. Successivamente si tende il primo filo, che può essere filo inox o filo zincato e i tutori di ferro in prossimità delle piantine, fissati ad esso. I fili di acciaio zincato (diametro da 1,5 a 2,7 mm) vengono generalmente posizionati su 3-4 piani, due per ogni piano (doppio filo di contenimento) successivo al primo al fine di contenere la vegetazione, la loro altezza varia con la forma di allevamento; essi stanno assumendo molta importanza in quanto riducono il numero dei tutori.

Gestione del suolo, irrigazione e concimazione

Quando si procede a realizzare l’impianto di un nuovo vigneto, è importante preparare in primis il terreno considerando le caratteristiche pedologiche del suolo. Per questo motivo bisogna effettuare un campionamento del terreno per svolgerne l’analisi, la quale fornisce indicazioni utili per la formulazione della concimazione d’impianto, il tipo di lavorazione da eseguire, sul materiale da utilizzare e sulla eventualità di apportare ammendanti al suolo.

Per quanto riguarda la gestione del suolo, per esempio, è sempre più diffuso l’inerbimento controllato, applicato e gestito con diverse modalità (temporaneo o permanente; spontaneo o artificiale; sovescio o sfalcio). L’irrigazione, intervento indispensabile per raggiungere gli obiettivi produttivi desiderati, deve essere effettuata facendo riferimento alla fisiologia della pianta. Nell’intervallo fenologico tra germogliamento e allegagione è importante evitare stress idrici, mentre nell’intervallo tra allegagione e invaiatura è bene evitare eccessi di disponibilità idrica. In merito ai volumi irrigui erogati nel corso di una stagione, questi oscillano dai 2.000 ai 4.500 metri cubi, in funzione dell’ambiente e dell’obiettivo produttivo. Il metodo di distribuzione dell’acqua cui si ricorre sempre più spesso è quello che prevede l’uso di ali gocciolanti al terreno. Potenzialmente interessante risulta la sub-irrigazione che consente di risparmiare il 15-20% di acqua, ma necessita ancora di significativi progressi tecnici.

Gestione fitosanitaria e supporto decisionale (DSS)

Per ottenere un prodotto sano, alla base delle operazioni di produzione c’è una buona difesa fitosanitaria. Ogni regione, tramite il proprio osservatorio fitosanitario regionale, emana annualmente un disciplinare di produzione integrata, all’interno del quale sono riportate tutte le pratiche ammesse, volte a ridurre l’uso delle sostanze chimiche di sintesi e a razionalizzare la fertilizzazione. Alle norme previste a livello nazionale e regionale, si aggiungono le specifiche di prodotto imposte da mercati e supermercati, i quali non richiedono solo uva buona da mangiare e bella esteticamente, ma anche con un limitato numero di principi attivi residui.

In questo contesto, per le aziende agricole un supporto fondamentale è offerto dai sistemi di supporto alle decisioni (DSS), strumenti in grado di acquisire dati, elaborarli e fornire informazioni in maniera tempestiva. Tra i DSS oggi più presenti ci sono i sistemi previsionali delle malattie. Mediante modelli previsionali, questi sistemi informatici sono in grado di mettere in relazione dati meteo, ciclo biologico del patogeno di interesse e fase fenologica della pianta, per poi elaborarli e rilasciare informazioni utili a definire le strategie da adottare in campo.

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esempio utilizzo DSS per malattie della vite

Errore nella scelta della struttura: rischi e costi

Nel caso in cui, “per risparmiare”, si adoperino - per volere dell’azienda agricola - materiali che non rientrano nei nostri standard, è possibile che questo apparente risparmio si trasformi in una spesa maggiore. Non è raro, infatti, che in questi casi ci venga chiesto di rifare il lavoro. Un impianto mal realizzato, inoltre, contribuisce a bruciature dell’apparato fogliare della vite. Altro errore molto comune è impiantare varietà molto vigorose con un sesto stretto comportando problemi di maturazione o di colorazione. Bisogna affidarsi all’esperienza degli agronomi, degli impiantisti e delle aziende agricole che hanno sperimentato prima di noi determinate varietà, altrimenti il rischio economico per le aziende è enorme. Mio padre ha sempre detto: “In agricoltura chi risparmia, spreca“.

Consigli pratici riassuntivi per il sesto di impianto

  1. Posizionare lo spazio maggiore tra le file e non sulla fila per favorire l’ingresso della luce.
  2. Per varietà apirene preferire distanze sulla fila pari a 2,80-3 m per migliorare colorazione e maturazione.
  3. Scegliere il sesto in funzione della forma di allevamento: sesti più larghi per mono palco, più stretti per sistemi ad Y e palchi multipli.
  4. Effettuare analisi del terreno e adeguare lavorazioni, drenaggio e concimazione di fondo prima dell’impianto.
  5. Usare materiale vivaistico certificato (cartellino azzurro) per maggiore garanzia genetica e sanitaria.
  6. Valutare la struttura di copertura più adatta (telo traverso, mezzo telo, piramide) in funzione di aria, umidità e clima locale.
  7. Pianificare la meccanizzazione: mantenere almeno 2,5 m di interfila per il transito dei mezzi meccanici.
  8. Affidarsi a tecnici per la scelta di portinnesti se si reimpianta su suoli “stanchi” o con problemi fitosanitari.

Tabella: sesti d'impianto indicativi e densità

Sesto (m) Tipologia piante/ha (indicativo)
3,30 x 2,70 sesto largo rettangolare ca. 1100-1400
3 x 3 sesto quadrato tradizionale ca. 1100
3 x 1,5 controspalliera densa oltre 2200
2,30 x 2,50 sesto stretto per precoci variabile, palchi aumentati

Realizzare un vigneto di uva da tavola richiede la combinazione di scelte tecniche integrate: forma di allevamento, sesto, varietà, materiale vivaistico, opere di sistemazione del suolo, impianto di irrigazione e difesa fitosanitaria. La corretta progettazione del sesto d’impianto e della struttura contribuisce in modo determinante all’efficienza produttiva, alla qualità dell’uva e alla sostenibilità economica dell’impianto nel tempo.

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