
Fauci enormi, denti acuminati ed affilati come rasoi in primo piano, questo è quello che solitamente vediamo in tv quando si parla di squali. Ma non tutti gli squali possiedono denti così evidenti, poiché ogni specie ha evoluto una dentatura adatta alla propria dieta. Sappiamo gia che gli squali sono pesci cartilaginei, questo significa che il loro scheletro è diverso da quello di tutti gli altri vertebrati. Lo squalo da perfetto predatore, è capace di misurare la forza necessaria per produrre un attacco, e nel caso di un avversario poco importante utilizza spesso una sola fila di denti, qualora però le condizioni lo richiedano, di fronte ad un avversario imponente, può ricorrere a tutto l’arsenale a disposizione.
I denti dello squalo non sono fissi nella cartilagine della mascella, ma sono tenuti ed ancorati al derma mediante fibre connettivali. I denti sono composti da due parti fondamentali, una corona ed una radice. Naturalmente la corona non è uguale a quella dei mammiferi perché non esiste nessuna connessione con l’osso della mascella. Il rivestimento esterno dei denti è costituito da smalto che protegge lo strato di dentina. I denti sono disposti su più file, e la parte interna è riparata da una piega. Qualora lo squalo dovesse rompere un dente, dietro è pronto quello nuovo che andrà a sostituire quello danneggiato o usurato, mettendosi in posizione verticale e spostandosi in avanti, si schiererà successivamente con gli altri.
I denti possono cadere anche per cause naturali e non solo per contusione. I denti appartenenti ad una stessa specie, sono distinguibili sulla base delle varie fasi di crescita, e al differente regime alimentare che esiste tra individui più giovani e adulti. I denti differiscono dalla mascella superiore a quella inferiore, allo scopo di garantire la massima efficacia durante il morso. In genere i denti inferiori sono più acuminati e sottili, atti a trattenere la preda, mentre i denti superiori sono più grandi, robusti ed affilati per tranciarla. In alcuni squali, per esempio quelli del genere Heterodontus (= denti diversi), troviamo una variabilità fra i denti anteriori e quelli posteriori.
Sebbene lo studio si concentri sulla morfologia funzionale dei denti, può avere ricadute importanti anche per la conservazione di questa specie. Conoscere esattamente quando uno squalo cambia dieta, e quindi habitat, può aiutarci, per esempio, a gestire meglio le aree protette e le risorse alimentari di cui ha bisogno per crescere. Di conseguenza, le 479 specie di squali esistenti mostrano un’ampia ed affascinante variabilità di caratteri, anche a livello della morfologia della dentatura. I denti degli squali si sono evoluti dalla modificazione dei denticoli dermici (scaglie placoidi) che rivestono la pelle di questi pesci cartilaginei e, fondamentalmente, ne hanno mantenuta la struttura interna. In sezione, è possibile osservare che ogni dente è composto dalla polpa, più internamente, la quale è protetta dalla dentina, che a sua volta è ricoperta dalla vitrodentina; l’intera struttura poggia su di una base ossea. La corona s’innalza formando la cuspide principale e, in molte specie, anche delle cuspidi accessorie o secondarie, di norma più piccole. Le arcate mascellari e mandibolari non presentano cavità alveolari che ospitino le radici dei denti, le quali sono invece fissate al tessuto connettivo che riveste l’arcata. La rottura o la perdita di alcuni denti non costituisce, però, un problema per uno squalo, poiché la natura ha provveduto questi pesci di un eccellente sistema di ricambio dei denti che prosegue per tutta la vita del predatore. I denti si formano in una scanalatura presente sul lato più interno delle arcate mascellare e mandibolare. Il periodo di ricambio dei denti è variabile, dipendendo sia dalla specie che dall’età dell’individuo. In alcuni squali balenieri, genere Carcharhinus, il ricambio avviene ogni 8-15 giorni fino al primo anno di età del giovane squalo, quindi rallenta a circa una volta al mese. Alcuni squali riciclano i propri denti ingoiandoli, in quanto costituiscono un’importante fonte di calcio.
Infatti, come è ben noto, gli squali sono animali di origini antichissime, essendo comparsi nelle acque del globo circa 400 milioni di anni fa, tra il Siluriano e il Devoniano Inferiore. I più grandi denti fossili di squalo, sino ad ora rinvenuti, sono quelli del celebre Carcharodon megalodon, del Neogene, le cui dimensioni massime si aggiravano probabilmente intorno a 16 metri di lunghezza. Ciò appare particolarmente curioso in quanto il resto dello scheletro dello squalo, essendo cartilagineo, fossilizza assai più difficilmente. Il numero di file di denti in ogni arcata mascellare e mandibolare è fisso, mostrando una certa variabilità entro limiti definiti. I denti lungo una medesima arcata mascellare o mandibolare sono fondamentalmente simili, sebbene la forma ed inclinazione tenda a mutare gradualmente verso gli angoli della bocca, mano a mano che diminuiscono le dimensioni dei denti. Le dimensioni dei denti possono variare considerevolmente. In passato, le dimensioni dei denti degli squali sono state spesso usate per ricavare la lunghezza totale dell’esemplare al quale appartenevano.
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Ecco allora che molti squali facilitano l’azione del taglio con movimenti potenti della testa, che viene scossa da destra a sinistra. Forse, è proprio questa azione dello scuotere il capo, tenendo salda la presa sul cibo, che molto tempo addietro ha fatto valere allo squalo bianco il suo vecchio nome di "pescecane" (in seguito erroneamente esteso a tutte le specie di grandi squali). Gli squali non fanno uso dei loro denti unicamente per fini alimentari. La maggior parte di specie di squali ha pochi predatori, se si eccettuano gli altri squali e l’uomo. Non vi è dubbio che la potenza della loro dentatura sia un deterrente di grande efficacia contro i possibili attacchi di altre creature marine. I denti sono anche usati come arma negli scontri ritualizzati tra squali. Proprio perché questi pesci cartilaginei sono dotati di armi tanto micidiali, è indispensabile che i contrasti, sia tra esemplari della medesima specie, sia tra individui di specie diverse, siano ridotti al minimo, poiché i risultati sarebbero eccessivamente dannosi per entrambi i contendenti. Un altro uso dei denti è quello che ne fa il maschio prima e durante l’accoppiamento: mordendo sulle pinne e la testa la femmina e trattenendola con i denti, la invita alla copula lasciandole delle caratteristiche cicatrici.
Castro J. 1983, The sharks of North American waters. De Maddalena A. 2002, Lo squalo bianco nei mari d’Italia. Randall J. E. 1986, Sharks of Arabia. Stevens J. D. (ed.) 1987, Sharks. Un articolo pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” descrive un’analisi di denti fossili di squalo bianco (Carcharodon carcharias) scoperti in varie località, incluso quello che era una sorta di vivaio nell’attuale Cile in cui c’erano soprattutto individui giovani. Un team di ricercatori guidato da Jaime A. Villafaña dell’Istituto di paleontologia dell’Università austriaca di Vienna ha analizzato i fossili di individui di varie età che includono quelli scoperti in Perù e in un’altra località del Cile concludendo che gli squali bianchi hanno utilizzato alcune aree come vivai per milioni di anni. I più antichi resti fossili di questa specie risalgono a circa 16 milioni di anni fa, nel periodo Miocene medio ma ricostruire la sua storia e il suo albero evolutivo è problemaatico.
Gli scheletri cartilaginei degli squali non si fossilizzano perciò solo i denti di antichi squali sono giunti fino a noi. La conseguenza è che le parentele con specie estinte vengono teorizzate basandosi sulle caratteristiche dei denti ma sono spesso oggetto di discussioni. Nel caso dello squalo bianco, la similitudine con i denti della specie estinta Carcharodon megalodon portano molti scienziati a credere che le due specie siano strettamente imparentate ma altri ritengono invece che la specie estinta Carcharodon hubbelli fosse più vicina allo squalo bianco. I giovani squali bianchi nascono in specifiche aree dove vengono protetti da altri predatori finché non sono abbastanza grandi da non doverli più temere. Questi vivai sono cruciali per la stabilità della popolazione di squali bianchi e hanno contribuito al successo di questa specie.
Jaime A. Villafaña e i suoi colleghi hanno analizzato denti fossili di squali bianchi che hanno un’età tra i 2 e i 5 milioni di anni scoperti in varie aree vicine alla costa dell’Oceano Pacifico per cercare di ricostruire una parte della storia di questa specie. Nelle località di Pisco, in Perù, e di Caldera, in Cile, i denti fossili erano soprattutto di individui adulti e ciò suggerisce che si trattasse di aree in cui questi pesci erano spesso presenti per nutrirsi. La scoperta di un paleo-vivaio è di grande importanza nella ricostruzione della storia degli squali bianchi. Esso risale a un’epoca in cui il clima era molto più caldo di oggi con condizioni che potrebbero essere quelle di un futuro non molto lontano a causa dei cambiamenti climatici. Studiare un passato che può essere anche remoto per cercare di prevedere il futuro è una strategia che può impegnare anche i paleontologi. L’analisi dei dati raccolti suggerisce che nell’epoca trascorsa tra i denti più antichi e quelli meno antichi trovati, tra 2 e 5 milioni di anni fa, la popolazione di squali bianchi nell’area del Pacifico sudamericano fosse stabile. Ciò conferma altre prove paleontologiche e paleoambientali scoperte in passato. È un animale cauto ed estremamente intelligente, che studia con attenzione le sue possibili prede e valuta attentamente i rischi che corre nello sferrare un attacco.
Venne classificato per la prima volta dal naturalista svedese Linneo nel 1758 come Squalus carcharias. Il suo nome scientifico Carcharodon carcharias, deriva dal greco kάrkhαros, significa aguzzo e odón dente; kαrkhαrías, pescecane. I pesci cartilaginei, cioè gli squali, sono apparsi sulla terra oltre 425 milioni di anni fa, e negli ultimi 100 milioni di anni hanno subito modificazioni poco rilevanti. 50 anni: età che si presume possano vivere secondo alcuni studi sull’accrescimento delle vertebre. 8 metri: lunghezza maggiore mai stimata per un esemplare di squalo, registrata nel 1982 a Dakar in Senegal. Tuttavia la maggior parte degli individui osservati sono compresi tra i 3,50 e i 5,00 metri di lunghezza. 680 - 1100 kg: range di peso per gli esemplari adulti. 1,8 tonnellate: potenza stimata esercitata dal morso dello squalo bianco che lo colloca di diritto nella top ten delle specie con il morso più forte al mondo. 2: pterigopodi (o clasper) organi riproduttivi maschili.
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Già da 25 metri di distanza utilizza la vista per localizzare la possibile preda. Hanno occhi dotati di tapetum lucidum, una struttura in grado di riflettere la luce per aumentare la sensibilità di visione in caso di scarsa illuminazione. Lo squalo avendo occhi privi di membrane nittitanti, nell’istante precedente l’attacco ruota gli occhi all’indietro, per difenderli da possibili offese da parte delle sue prede. Inoltre, come gli altri squali, può percepire dei debolissimi campi elettrici e bio-elettrici generati dall’attività motoria delle sue potenziali prede. Deve questa capacità a particolari organi sensoriali posti sull’estremità del muso chiamate ampolle di Lorenzini, è questo il suo “sesto senso”. A causa di queste ampolle gli squali sono attratti dai metalli, in risposta alle correnti galvaniche e riescono ad orientarsi sfruttando il campo magnetico terrestre.
Tra le numerose funzioni delle scaglie placoidi, certamente la più sorprendente è quella connessa alla riduzione della resistenza idrodinamica. Le scaglie placoidi assumono anche una rilevante funzione di protezione di altri organi esercitando un ruolo importante nel convogliamento o meno dell’acqua in determinate zone del corpo. Le scaglie placoidi rendono la pelle di uno squalo una sorta di enorme grattugia, ma ne favoriscono l’efficacia idrodinamica: esse sono sufficientemente grandi da ridurre la micro turbolenza nello strato d’acqua laminare che circonda lo squalo mentre nuota, ma al tempo stesso sono sufficientemente piccole per impedire un considerevole incremento della superficie bagnata.
Lo squalo bianco è un animale carnivoro, ha una dieta molto ampia e privilegia cibi ricchi di grasso altamente energetico, rispetto a prede energeticamente povere. Ciò fa in modo che essi possano muoversi su e giù nella colonna d’acqua con maggiore facilità dal momento che hanno una galleggiabilità quasi neutra, tuttavia, come tutti gli squali, anche lo squalo bianco deve nuotare costantemente per galleggiare, poiché se si ferma affonda. Endotermia regionale, questa è l’ennesima caratteristica insolita e prodigiosa dello squalo bianco. I muscoli rossi particolarmente sviluppati situati nella parte profonda del corpo, in prossimità della colonna vertebrale sono strettamente connessi al sistema circolatorio tramite un’estesa rete di capillari, detta rete mirabile, che ha la funzione di scambiatore di calore. Questo consente allo squalo bianco di avere una temperatura corporea mediamente di 4-5°C superiore a quella dell’acqua circostante e sino a 13-14°C a livello dello stomaco, condizione fondamentale per poter digerire e quindi assimilare rapidamente prede altamente energetiche, quando esse sono disponibili in abbondanza.
L’accoppiamento si verifica in primavera-estate dove il maschio inizia il corteggiamento avvicinandosi alla femmina e afferrandola con i denti, sono questi i cosiddetti “morsi d’amore” che danno luogo alle cicatrici d’accoppiamento, che sono spesso visibili sulla testa, i fianchi, il ventre le fessure branchiali, il dorso e le pinne. Animale cosmopolita il suo habitat spazia dai mari freddi, ai mari temperati, a quelli tropicali; si tratta di una specie soprattutto costiera e delle zone al largo delle piattaforme continentali ed insulari. Preferisce mantenersi nelle acque superficiali, comprese tra i 13 e i 32 metri anche se può spingersi sino a profondità molto elevate, almeno 1.875 m. Si presenta principalmente nei mari temperati, ma gli individui più grandi penetrano nelle acque tropicali e, più sporadicamente, nelle acque fredde infatti predilige come zone di caccia le isole continentali popolate da colonie di pinnipedi, sue prede usuali. La sua presenza è nota in tutto il Mar Mediterraneo, nell’Oceano Atlantico orientale dalle coste atlantiche francesi, sino al largo del Sudafrica.
In base alle prede cacciate, gli squali bianchi hanno evoluto diverse tattiche predatorie, sia diurne che notturne, impiegate in base ai fattori ambientali e alle condizioni naturali o meteo marine del luogo o del momento. Alcuni studiosi ritengono che la silhouette dei nuotatori e dei surfisti, osservata dal basso verso l’alto assomigli a quella dei pinnipedi o delle tartarughe marine e che questa identificazione errata sia la causa della maggior parte degli attacchi di squalo nei confronti degli esseri umani: è l’ipotesi ben nota della “mistaken identity” (identificazione errata). Sulla base delle osservazioni la maggior parte degli squali utilizza un avvicinamento subacqueo “underwater approach” nuotando appena sotto la superficie fino a circa un metro dalla possibile preda, quindi sferrano l’attacco deviando la testa verso l’alto ed emergendo dall’acqua. Sono stati osservati anche attacchi con veloci balzi con il corpo che usciva solo parzialmente dalla superficie dell’acqua “surface-charge”.
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Ci sono grandi vantaggi nel compiere attacchi dal basso verso l’alto. In primo luogo un assalto di questo tipo pone il predatore in una condizione di superiorità, in virtù del suo colore dorsale scuro rimane praticamente invisibile dalla preda sino all’ultimo istante; in secondo luogo, le prede sono nella condizione esattamente opposta, nettamente visibili contro controllo della luce, e la preda rimane bloccata contro la superficie perdendo la possibilità di fuggire. Se gli esemplari maggiori cacciano sempre individualmente prediligendo attacchi a sorpresa per limitare al massimo i rischi di ferite e il dispendio energetico, fra gli squali di taglia media emergere l’esistenza di un comportamento sociale. In presenza di possibili prede, nuotano tutti nella stessa area, mostrandosi a turno, con lo scopo di disorientare la vittima, per consentire ad un preciso esemplare preposto, di sferrare l’attacco finale. Gli assalti vengono compiuti preferibilmente nella zona addominale o in prossimità del peduncolo caudale, causando devastanti ferite e gravi mutilazioni. Questa tecnica è ottimale per cogliere di sorpresa pesci veloci, come ad esempio i tonni, che vengono feriti gravemente, immobilizzati al primo assalto, per poi essere lasciati morire dissanguati.
Per raggiungere la velocità necessaria per compiere con successo gli assalti verticali il grande squalo bianco ha bisogno di una profondità di almeno 12-15 metri. Questi si verificano di norma attorno alle isole rocciose colonizzate da mammiferi marini. Numerosi subacquei che hanno incontrato lo squalo bianco in immersione, sono stati avvicinati ed osservati senza che questo mostrasse segni di aggressività. Nei casi in cui gli attacchi sono sicuramente imputabili al grande squalo bianco, una percentuale molto considerevole (intorno al 74%) si è rivelata non fatale. Si è propensi a supporre pertanto che in realtà si tratti di un errore di identificazione da parte dello squalo che scambia l’uomo per una delle sue prede abituali rilasciandolo subito dopo il primo morso.
Il grande squalo bianco è stato oggetto di numerosi studi su dimensioni, morfologia e comportamento predatorio. Le dimensioni dei denti degli adulti possono superare i 5 cm, appiattiti, triangolari, con i margini fortemente seghettati. I modelli di rilevazione e di identificazione della preda, i meccanismi di percezione e le tattiche di caccia rendono questa specie una delle più studiate nel campo della biologia marina e della conservazione.
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