
La terapia parodontale non chirurgica (NSPT) mira ad eliminare dalla superficie dentale e dai tessuti molli adiacenti sia i batteri vivi ospitati nel biofilm microbico, sia i microrganismi nel biofilm calcificato (tartaro). Il termine debridement, mutuato dalla medicina per indicare la detersione delle ferite, fu applicato alla terapia parodontale come rimozione mirata dei tessuti infetti o contaminati, preservando quelli sani.
L'obiettivo del trattamento parodontale iniziale è il ristabilimento della compatibilità biologica delle superfici radicolari affette da patologia parodontale, così da arrestare l’avanzamento dello stato patologico. Si è compreso che la tossina batterica LPS non penetra il cemento radicolare e che lo stesso cemento può avere un ruolo nella rigenerazione dei tessuti. La rimozione dei detriti radicolari può dunque essere definita come l’asportazione di placca e/o tartaro dalle superfici radicolari, in assenza di rimozione intenzionale della struttura dentale.
I due metodi principali di rimozione meccanica della placca sottogengivale fanno affidamento alla strumentazione manuale o alla strumentazione a ultrasuoni. La strumentazione manuale permette una buona sensazione tattile e riduce al minimo il rischio di produzione di aerosol contaminato. La strumentazione a ultrasuoni comprende una punta metallica a vibrazione rapida collegata a un sistema di irrigazione ad acqua, che mantiene la punta fresca e rimuove i detriti dal sito operativo. Un’alternativa alla strumentazione manuale sono ablatori sonici ed ultrasonici.
Gli ablatori a ultrasuoni convertono la corrente elettrica in energia meccanica, sotto forma di vibrazioni ad alta frequenza trasmesse alla punta dello strumento. La frequenza di vibrazione varia da 18.000 a 45.000 Hz. Gli strumenti ultrasonici, grazie all’effetto cavitazione generato durante l’uso, possono avere un effetto disgregante sul biofilm batterico. Gli inserti sottili e dedicati al parodonto consentono di raggiungere aree profonde, preservando i tessuti molli e riducendo la recessione gengivale. L’utilizzo controllato degli ultrasuoni offre vantaggi anche ergonomici: minore stress muscolare per l’operatore, riduzione della necessità di anestesia e maggiore comfort per il paziente.
La linea SonicLine comprende punte a vibrazione sonica di alta qualità, prodotte in Germania, che già ora coprono un’ampia gamma di indicazioni. Le punte SF10L/R sono indicate per la rimozione efficace a minima invasività di placche morbide e dure e la lucidatura delle superfici radicolari. Le punte SF10L/R hanno dimostrato di essere in grado di raschiare la radice del dente con movimenti meno invasivi e con un risultato clinico finale di maggiore recupero parodontale e ridotta sensibilità post-operatoria rispetto ad una levigatura effettuata mediante strumenti manuali. Le punte soniche, aventi la parte terminale a forma di asola, poggiano sulle radici del dente e lavorano con movimenti delicati e circolari.
Leggi anche: Costi e benefici delle mini-viti
Nonostante l’evoluzione tecnologica, la strumentazione manuale conserva un valore insostituibile. Le curette moderne, costruite con acciai di nuova generazione e manici leggeri ed ergonomici, permettono un controllo tattile fine e una detossificazione accurata delle superfici radicolari. Sono strumenti indispensabili nelle aree residue dopo l’uso ultrasonico, nelle superfici concave, nelle biforcazioni o in tessuti radicolari altamente contaminati. L’ergonomia è oggi un parametro clinico, non solo di comfort. Strumenti bilanciati e affilati consentono di ridurre la fatica, mantenendo precisione e sensibilità.
L’affilatura regolare, spesso sottovalutata, è parte integrante della qualità terapeutica: un filo smussato richiede più forza, riduce la percezione del contatto e può compromettere la sicurezza operativa. Lo scopo dell'affilatura è quello di recuperare un bordo tagliente salvaguardando la forma originale dello strumento. Per questa procedura si possono usare vari tipi di pietra, sintetica o naturale: l'Arkansas è una pietra naturale con una struttura fine, la ceramica è usata per affilatura e finitura, mentre la pietra d'India è adatta a strumenti molto smussati o da molare.
Diversi studi presenti in letteratura hanno dimostrato pari efficacia nella riduzione della profondità di sondaggio, nel guadagno di attacco clinico, nella riduzione del sanguinamento al sondaggio, nella capacità di rimozione della placca e nella riduzione dei batteri del red complex. Strumenti manuali, sonici e ultrasonici producono risposte di guarigione parodontale simili rispetto alla profondità di sondaggio, sanguinamento e livello clinico di attacco. Il tempo di rimozione dei detriti si riduce usando strumenti ablatori sonici e ultrasonici rispetto ai manuali. Inoltre l’impiego di ablatori sonici e ultrasonici è meno dipendente dall'operatore e dalla tecnica usata, richiede meno tempo e rimuove meno cemento dalla superficie radicolare.
Gli studi di Mombelli et al. dimostrarono che, durante interventi a lembo aperto, non vi erano differenze tra radici levigate e radici trattate con ultrasuoni: la rimozione estensiva del cemento non è necessaria per la guarigione e la sua detossificazione può avvenire attraverso la cavitazione ultrasonica o l’impiego di agenti chemioterapici. Da allora il focus terapeutico si è spostato dalla levigatura radicolare alla decontaminazione della tasca parodontale, con strumenti ultrasonici specifici.
Il debridement efficace si realizza nella sinergia tra ultrasonico e manuale. Gli ultrasuoni assicurano efficienza e accessibilità, mentre la strumentazione manuale conferisce precisione e controllo tattile. L’obiettivo non è pulire una radice, ma restituirle biocompatibilità e stabilità tissutale attraverso un approccio rispettoso della biologia e delle capacità rigenerative naturali. In questa visione integrata, l’operatore non è un esecutore ma un interprete clinico capace di scegliere la strategia più adatta per ogni paziente.
Leggi anche: Tutto sul corso di laurea in Igiene Dentale in Emilia-Romagna
La scelta dello strumento - manuale o ultrasonico - resta una decisione clinica che deve tener conto della morfologia radicolare, della profondità di tasca e della risposta individuale del paziente. Indipendentemente dalla tecnica di strumentazione scelta, anche la programmazione della somministrazione del trattamento merita considerazione. Il medico ha la possibilità di adottare un approccio quadrante per quadrante oppure full-mouth. Nel primo caso, sono generalmente necessari quattro appuntamenti, nel secondo ne bastano uno o due, ma anche in questo caso l’evidenza scientifica suggerisce risultati clinici comparabili.
L’utilizzo controllato degli ultrasuoni offre vantaggi ergonomici per l’operatore: minore stress muscolare e minore richiesta di anestesia. Per alcuni pazienti con malattie cardiovascolari, potrebbe essere preferibile somministrare il trattamento in visite di non più di 30-45 minuti per ridurre al minimo l’impatto sistemico del trattamento parodontale. L’operatore mantiene un ruolo centrale: è lui a modulare l’intensità, il tempo di contatto e la sequenza di intervento, interpretando la risposta tissutale come guida.
Le sonde parodontali rappresentano uno degli strumenti fondamentali per valutare la salute del tessuto parodontale. La sonda manuale è progettata per svolgere le prestazioni con precisione e maneggevolezza ed è costituita da sezioni prive di tecnologia elettroniche; la punta presenta delle marcature millimetriche che servono per misurare la profondità delle tasche parodontali. Le sonde elettroniche, invece, permettono di effettuare misurazioni migliori e più coerenti del livello dell’attacco clinico (CAL) e possono registrare automaticamente i dati rilevati e trasferirli al software di gestione clinica tramite connessioni USB o Bluetooth, organizzandoli in un grafico parodontale digitale.
Le sonde elettroniche riducono la variabilità legata all’operatore, garantendo risultati più affidabili: questo è fondamentale per monitorare la progressione della malattia parodontale o per valutare l’efficacia di un trattamento. Tuttavia, quando le sonde manuali e le sonde elettroniche sono entrambe usate da operatori competenti, hanno mostrato di riuscire a misurare il CAL in pazienti affetti da parodontite in modo assai simile.
La rimozione dei detriti sopra e sottogengivali provoca la rottura meccanica del biofilm della placca e continua a essere lo “standard aureo” della terapia parodontale. Dopo il trattamento, l’habitat subgengivale può essere ripopolato dai microrganismi d’origine: depositi residui di placca subgengivali, tubuli dentinali radicolari o cemento, epitelio della tasca o dei tessuti connettivi, depositi di placca sovragengivali. In assenza di adeguate cure quotidiane nell’arco di poche settimane si ristabilirà la microflora precedente il trattamento, con ripercussione negativa sui miglioramenti clinici del trattamento stesso.
Leggi anche: leggi l'approccio completo alla terapia parodontale del Corso Ghezzi
La rivalutazione della risposta clinica iniziale alla terapia non chirurgica, come pure la considerazione dei fattori di rischio modificabili, permettono al clinico di stabilire un programma continuo di trattamento, adeguato al singolo paziente. La sola sterilizzazione delle sonde manuali non è sufficiente: per evitare una loro possibile contaminazione, è fondamentale che lo stoccaggio avvenga in ambienti puliti ed asciutti.
Le terapie aggiuntive, come il laser, l’ozono e le polveri di glicina/eritritolo, possono offrire ulteriori benefici se associate alla SRP, sebbene siano necessari ulteriori studi per standardizzare i protocolli. L’uso del laser come terapia aggiuntiva alla SRP convenzionale ha mostrato miglioramenti significativi nei parametri clinici in diversi studi, mentre i risultati sull’ozono sono contrastanti. Le polveri di glicina ed eritritolo rappresentano una terapia aggiuntiva interessante, soprattutto per il loro profilo di sicurezza e per la loro capacità di raggiungere aree difficili.
Presentiamo il caso di una giovane donna di 22 anni affetta da parodontite di stadio 4 grado C. A distanza di tre mesi dalla ri-strumentazione, è stata eseguita la rivalutazione parodontale, al fine di confrontare i dati raccolti al baseline con quelli post terapia. Oltre ad aver messo sotto controllo gli indici di infiammazione (FMPS e FMBS < 10%), la paziente non presentava più nessuna tasca attiva (PPD ≥ 4mm con BoP+). A un controllo radiografico, effettuato a 4 anni post terapia, è stato possibile apprezzare una buona remineralizzazione della componente più profonda dei difetti infraossei nei siti più compromessi, segno di stabilità dei tessuti nel lungo termine.
Dai risultati ottenuti in letteratura e da studi clinici si evince che la combinazione di strumenti sonici/ultrasonici e manuali spesso rappresenta l'approccio più equilibrato per ottenere una decontaminazione efficace minimizzando l'overtreatment e rispettando la biologia radicolare.
tags: #tecniche #e #strumenti #per #la #strumentazione
