
Da pantaloni dei marinai genovesi a indumento più indossato nel mondo: tutti hanno vestito almeno una volta un blue jeans. Ma conosciamo la loro storia? Scoprila con Focus Junior!
Innanzitutto il tessuto usato nel XV secolo per le merci era il fustagno, fabbricato nelle città di Chieri, in provincia di Torino, e in quella francese di Nimes, e veniva esportato attraverso il porto di Genova, dove era utilizzato per confezionare i sacchi per le vele delle navi e per coprire le merci del porto. Già nel XV secolo la città di Chieri (Torino) produceva un tipo di fustagno di colore blu che veniva esportato attraverso il porto antico di Genova, dove questo tipo di "tessuto blu" era usato per confezionare i sacchi per le vele delle navi e per coprire le merci nel porto.
Il tessuto era esportato attraverso il porto di Genova e perciò divenne noto come Blu de Gênes (Blu di Genova, pronunciato, dove Gênes era pronunciato “gin”). Da Blu de Gênes deriva la parola Blu Jeans, attestata in lingua inglese sin dal 1567.
Nella città francese di Nîmes si produceva un tessuto molto simile, che divenne noto come Denim, dalle parole “De Nîmes”. Il termine “denim” deriva proprio da “de Nîmes”, in riferimento al tessuto prodotto nella città. Serge de Nîmes era un twill tinto con il guado, originariamente in lana, in seguito mischiata a cotone e canapa.
Secondo altre versioni i pratici e resistenti "calzoni da lavoro" erano in tempi remoti cuciti con tela di Nîmes (de nimes e poi denim) di color indaco ed erano indossati dai marinai genovesi. Il fustagno blu è il vero antenato del tessuto jeans che usiamo oggi, evolutosi da un tessuto con l’ordito blu e la trama bianca, spedito da Genova a Londra nel XVII secolo.
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Nella sua storia un po' di confusione deriva dalla sovrapposizione dell'indumento e del tessuto. Che provenisse dal Piemonte o dall’Occitania, comunque, questo tessuto venne particolarmente apprezzato dai genovesi, che cominciarono presto a utilizzarlo per cucire abiti da lavoro e non solo, come dimostrano i cosiddetti Teli della Passione, una serie di quattordici tele in fustagno blu raffiguranti la Passione di Cristo.
La parola “jeans” inizia a comparire negli inventari inglesi in riferimento al fustagno importato da Genova. Così già nel 1567 gli inglesi parlavano di jeans, riferendosi alla massiccia esportazione del fustagno da Genova.
Prima della scoperta della nuova rotta, l’indaco era però raro in Europa a causa del suo elevato costo di trasporto. L’indaco viene estratto dalle foglie fermentate delle piante di Indigofera e produce un pigmento simile al guado ma più concentrato, offrendo vantaggi economici superiori. Tra il XVI e il XVII secolo, i produttori di guado si sentivano così in pericolo per l’avvento dell’indaco che provarono a impedirne la diffusione, arrivando a chiamarlo la “tintura del diavolo”.
Il termine indicava una serie di elegantissimi tessuti prodotti nel Genovesato e spediti in grosse balle di fustagno blu, in cui i mercanti genovesi erano soliti “impacchettare” e spedire le proprie merci. A questo punto la storia si complica ancora: il fustagno, tessuto straordinariamente resistente grazie all'armatura diagonale e abbastanza economico, non era un prodotto ligure ma veniva importato da Chieri, nei pressi di Torino, e veniva utilizzato per imballaggi, teloni e sacchi.
Le origini dei jeans risalgono al XV secolo per il tessuto, ma i pantaloni in jeans furono inventati negli Stati Uniti nell’Ottocento, al tempo della corsa all’oro in California, e per molto tempo furono usati solo come abiti da lavoro. Pioniere della sua produzione fu l'imprenditore Levi Strauss, un tedesco che si era trasferito negli Stati Uniti. Nel 1851 Levi Strauss fondò a San Francisco un’azienda per produrre abiti per i cercatori d’oro.
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Comprò anche dei tessuti per le tende che poi utilizzò per fabbricare dei grembiuli da lavoro. Questi ultimi inizialmente erano poco resistenti e scomodi. Il moderno jeans in denim fu inventato nel 1871 dal sarto Jacob Davis, che aggiunse ai pantaloni in denim i rivetti in rame per rinforzare i punti maggiormente soggetti ad usura, come le tasche, particolarmente riempite dai cercatori d'oro e dai minatori.
“Reno, Nevada, 5 luglio 1872. Ai signori Levi Strauss & Co. Trovate accluso un assegno di 350 dollari. Vi ho anche mandato 2 pezzi cuciti con la stoffa che mi avete venduto. Quelli blu li metto a 3 dollari e 50 al paio. I miei concorrenti sono gelosi del successo e se non li assicuro con un brevetto presto li faranno tutti. Perciò cari signori vi propongo di fare un brevetto a mio nome e vi darò metà dei diritti. Vostro J.W. Davis”.
Il 20 maggio 1873 fu brevettato il moderno jeans in denim (da “de Nimes”). Il sarto costituì una società insieme a Levi Strauss e nel 1873 depositò con lui il brevetto della sua invenzione. Erano chiamati waist overalls, avendo la funzione di coprire il vestiario abituale durante il lavoro e proteggerlo dallo sporco.
A partire dal 1890, quando scadde il brevetto, altre aziende iniziarono a produrre i jeans, che con il passare degli anni andarono incontro a numerosi miglioramenti. Pochi anni dopo nacquero i Lee e i Wrangler. A partire dal 1890, quando il tessuto “jeans” diventa sinonimo di pantalone e il tessuto del pantalone prende il nome di denim, scaduto il brevetto, qualunque produttore può liberamente realizzare calzoni simili in tutto e per tutto agli overalls brevettati: i principali sono Harry David Lee e C.C. Hudson, oggi noti rispettivamente con le marche Lee e Wrangler.
Nel 1905 ai jeans fu aggiunta la seconda tasca posteriore. I passanti per la cintura sarebbero stati applicati solo nel 1922, mentre nel 1926 la «zip» sostituì i tradizionali bottoni (i bottoni per le bretelle vennero definitivamente aboliti solo nel 1937). Nel 1935 viene lanciato il primo jeans da donna. Il rivetto metallico per rinforzare la tasca è uno degli elementi distintivi dell'architettura del jeans.
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In origine jeans erano un indumento da lavoro, usato da operai, contadini, minatori e altri addetti a lavori pesanti. Non erano indossati, se non raramente, in altre occasioni. Inoltre, erano un capo di abbigliamento esclusivamente maschile.
La Seconda Guerra Mondiale creò negli Stati Uniti una eroina in denim. Era chiamata “Rosie the Riveter” (Rosy la Rivettatrice), e diventò il simbolo, autentica icona nazionale dei sei milioni di donne americane che avevano sostituito nelle fabbriche di aerei, carri e cannoni, gli uomini andati in guerra. Dopo il conflitto, però, i jeans si diffusero in Europa, grazie ai soldati americani, che li indossavano nel tempo libero, e ai film di Hollywood, che li mostravano sul grande schermo.
Poco dopo con il cinema americano degli anni cinquanta i jeans conquistano il mondo dei giovani ed entrano nelle loro case insieme ai primi idoli del cinema e del rock and roll: sono indossati color blu scuro da James Dean in Gioventù bruciata con giacca a vento rossa, t-shirt bianca e sigaretta, quelli neri Levi’s 501 button fly da Marlon Brando in Il selvaggio e da Elvis Presley e Bob Dylan durante i loro concerti.
Negli anni ’60, al tempo della contestazione giovanile, il jeans divenne un simbolo della controcultura, contrapposto agli abiti più “seriosi” imposti dalla società e indossati dagli adulti. I blue jeans si trasformarono quasi in un’uniforme del mondo giovanile e divennero il simbolo per eccellenza dell’”antimoda”, della spinta egualitaria presente nelle nuove generazioni e che univa in un progetto ideale comune tanto gli studenti che gli operai.
Con il passare degli anni, i jeans hanno perso l’aura di capo di abbigliamento “ribelle” e usato solo dai giovani, per affermarsi in tutta la società. Si stima che globalmente si vendano circa due miliardi di jeans all’anno; negli Stati Uniti, ogni cittadino possiede in media 7 paia di jeans.
Del resto oggi con il tessuto denim non si producono i pantaloni, ma numerosi altri capi di abbigliamento. Il mercato è in costante espansione. Le vendite hanno un valore di circa 68 miliardi di dollari, ma si stima che nel 2030 supererà i 95 miliardi.
Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 i blue-jeans vengono riscoperti ed assumono sempre più le caratteristiche del denim, che riveste concretamente in tutte le sue sfumature il tempo libero individuale e che può essere interpretato in maniera personalizzata, con l’aggiunta di decorazioni, materiale di vario tipo (perline, brillantini, spille).
Dall'inizio degli anni novanta sono di moda anche le versioni vintage, che danno una sensazione di jeans vecchio, per cui le industrie hanno ricercato dei metodi per ammorbidire e invecchiare il tessuto con lo scopo di rendere i pantaloni, seppure appena usciti dalla fabbrica, come usati. Le versioni più prodotte sono quelle delavé, stone washing (il lavaggio con la pietra pomice o altro materiale), di biostone washing (il lavaggio con degli enzimi), di sabbiatura (una levigatura del tessuto con la sabbia), di spazzolatura automatica (intervento con spazzole abrasive).
Una variante particolarmente significativa di questo fenomeno di apprezzamento estetico dell’usura nei jeans la si ritrova nel costume di provocare artificialmente quelle zone di differente consumo che sono l’effetto normale della vita “naturale” dei pantaloni. Esistono anche jeans bucherellati, strappati (noti come ripped jeans), aderenti (slim fit e skinny) e quelli dove sono inserite applicazioni colorate di altri materiali e di modelli con inserti di pizzo, strass, piume e pitone.
Negli anni sessanta della “contestazione globale”, dalle rivolte studentesche del 1968 in poi, i blue jeans, anche per la semplicità e l’essenzialità delle loro forme, espressero in maniera concreta il rifiuto, da parte soprattutto del mondo giovanile, delle convenzioni sociali, dell’abbigliamento formale e alla moda che rispecchiava le differenze esistenti fra le diverse classi sociali e i differenti ruoli sociali: i blue jeans si trasformarono quasi in un'uniforme del mondo giovanile e divennero il simbolo per eccellenza dell'”antimoda”.
Il jeans assume quindi una valenza politica diventando il simbolo di contro cultura, di contestazione diventando una divisa per gli aderenti ai movimenti per i diritti civili ed il simbolo della ribellione giovanile, delle bande, della voglia dei giovani di prendere le distanze dall’ipocrisia del mondo adulto.
In Europa il jeans arriva alla fine della Guerra, insieme al prestigio delle truppe armate americane vincitrici, che li usavano nel tempo libero e con i turisti americani. Nel 1962 la Blue Bell, oggi Wrangler, aprì la sua prima fabbrica in Belgio, e nel 1964, ancora in Belgio, cominciò a funzionare il primo stabilimento della Lee.
In Francia, la giovane imprenditrice Rica Levy aveva fondato nel 1928 quella che sarebbe diventata poi la Rica Lewis. All'inizio nella sua azienda venivano confezionati capi d'abbigliamento (anche in denim) per le Forze Armate, poi, dal 1945, si fecero anche i jeans. In Germania il marchio Mustang risale al 1932. In Inghilterra i Lee Cooper sono comparsi invece nel 1937, ma il marchio è nato addirittura nel 1908.
Un altro aneddoto curioso: c'è un testimonial ancora più illustre: al Museo del Risorgimento a Roma è conservato uno dei jeans indossati da Giuseppe Garibaldi, imitato da molte delle camicie rosse. Nel "Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari" di Roma e nel Museo civico etnografico Giovanni Podenzana di La Spezia sono presenti abiti popolari liguri dei sec. Quattordici paramenti sacri raffiguranti storie della Passione di Cristo sono visibili al Museo Diocesano di Genova ("Gesù spogliato e abbeverato di fiele" e "La Deposizione"), dipinte a monocromo, note come tele della Passione databili tra il XVI e il XVII secolo, sono esempi unici.
| Anno | Evento |
|---|---|
| XV sec. | Produzione del fustagno blu a Chieri; esportazione via Genova |
| 1567 | Termine "jeans" attestato in inglese |
| 1851 | Levi Strauss fonda la Levi Strauss & Co. a San Francisco |
| 1873 | Brevettati i pantaloni in denim rinforzati con rivetti da Levi Strauss e Jacob Davis |
| 1890 | Scadenza del brevetto e diffusione dei produttori Lee e Wrangler |
| 1935-1955 | Prime versioni da donna; jeans diventano icona nei film (Brando, Dean) |
| 1960s | Simbolo della controcultura e diffusione globale |
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