Biografia e opere di Don Renzo Denti

Intorno a don Renzo le storie e le vite passavano quotidianamente, c’era un’umanità piena di bisogno e di dolore nella periferia di Milano. La nostra intervista prova a cogliere il senso della sua azione nelle comunità di quei luoghi. Mi piace raccontare le storie della gente comune, quelle che quasi mainessuno racconta. Quelle che non arrivano al pubblico, silenziose ma non meno importanti. Sono le storie di persone che lavorano quotidianamente, colmando alcune delle lacune di un sistema che stritola i fragili e gli ultimi. Sono le storie semplici, quelle che descrivono il quotidiano, il solito, per alcuni forse il banale. Ma non esiste la banalità nella vita delle persone, che siano importanti o meno. Cercherò di raccontarvi quello che so di don Renzo, il vecchio parroco del Giambellino.

Don Renzo all’ingresso della parrocchia del Giambellino

Prime esperienze e formazione

Mi disse che siccome frequentava l’oratorio da quando era molto piccolo, tutto - dopo - era molto naturale. Dall’età di sei anni, frequentavo l’oratorio feriale d’estate. Allora non si usava restare a mangiare, quindi a mezzogiorno andavo a casa e alle 2 tornavo con la mia biciclettina e questo era anche una prova di autonomia. Preistorico. Adesso chi manderebbe più un bambino di sei anni in giro da solo? Questo è il primo motivo, mentre il secondo motivo è collegato a mia nonna. Mia nonna era nata nel 1893 ed era sempre vestita di nero, cosa normale in quel periodo. Non era vedova. Abitavamo in paese, dove tutti i giorni c’era l’oratorio feriale. Prima però c’era la messa e tutti i ragazzi ci andavano - alle otto e mezza del mattino - e poi andavano all’oratorio. Era normalissimo, iniziava così, io andavo in chiesa, l’accompagnavo, e da lì ho iniziato a farmi un po’ di domande. Poi alla con le mie sorelle avevamo l’abitudine di andare in chiesa tutti insieme. Tornando indietro, pensavo spesso a quello che avevo sentito. Tutti mi dicevano che la messa è qualcosa di importante, però io ritornavo con gli stessi pensieri di come ero andato, e quindi pensavo a come può essere importante qualcosa se nulla cambia? Questa domanda continuava a lavorare dentro di me. Il prete dell’oratorio - che mi teneva d’occhio - un giorno mi ha chiese se avessi voluto partecipare a qualche incontro in parrocchia. Ero indeciso; ma siccome lo conoscevo bene e lo stimavo, sono andato a quest’incontro, anche se ancora sapevo bene in cosa consistesse. Così ho cominciato. Alla fine della terza media, se ci penso mi vengono i brividi ancora adesso, mi chiese se volessi provare ad andare in seminario. Mia mamma accettò, dicendomi che tanto sarei tornato in una settimana, visto quanto ero legato alla mia famiglia. Mia mamma mi diceva - scherzando - che quando da piccoli uscivamo da casa, io facevo cento metri e poi rientravo. Non sono tornato. In prima superiore abbiamo iniziato in 45; di questi 45 solo 15 sono diventati preti. Durante il cammino, qualcuno si è aggiunto e qualcuno ha lasciato, però praticamente io ho fatto le superiori e l’università in seminario con un bel gruppo di gente.

Di questa scelta non si è mai pentito anche perché il seminario è stato per lui un forte momento di comunità e una fonte di arricchimento. Inoltre, ogni estate tornava in paese dalla famiglia e dagli amici. Credo che per lui la comunità sia stare come in una famiglia allargata, e ne parla spesso anche in tono provocatorio.

Il ministero pastorale nelle periferie

A prima vista, il quartiere è ermetico, chiuso e anche un pizzico respingente. Lui mi ha sempre presentato come fotografo e questo - pur con una buona dose di sospetto - mi ha aiutato. I fotografi non hanno tutto questo appeal nelle periferie. Nel mio vagare, passavo spesso davanti alla chiesa e mi aveva sorpreso il cartellone che aveva messo sulla porta all’ingresso: «Mediterraneo=cimitero! Basta ». Ho scoperto molto dopo che era una citazione di Papa Francesco che il don aveva fatta sua. Una bella presa di posizione. Mi stupì una presa di posizione così decisa. Quella scritta era un monito e anche un richiamo al quartiere, un messaggio per cambiare il pensiero che in quel periodo pre-Covid andava per la maggiore. Nel periodo successivo probabilmente quel pensiero si è addirittura accentuato. Le presenze degli immigrati sono sempre meno tollerate nelle periferie.

Cominciavo a sentirmi parte del quartiere. Nomi, storie, accadimenti e vie mi diventavano familiari. Tramite lui ho cambiato la mia visione del quartiere che via via è diventata sempre meno superficiale. Intorno al don le storie e le vite passavano quotidianamente c’era un’umanità piena di bisogno e di dolore. In quegli anni ho visto quello che succedeva nella sua comunità, dove tante persone (alcune le ho conosciute e quando capita le frequento con contentezza) volontariamente gestivano solidarietà (Centro di ascolto e consegna pacchi alimentari), doposcuola per bambini stranieri e oratori estivi. Prima del Covid la parrocchia organizzava il pranzo di Natale, il 25 dicembre: un pranzo per le persone sole, per gli anziani, per i senza tetto e per la gente del quartiere. Per una volta gli ultimi erano i primi, cuochi e camerieri erano al loro servizio. Ho avuto il piacere di parteciparvi due volte e ogni volta è stata un’esperienza intensa.

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Pranzo di Natale per la comunità del quartiere

Azioni concrete e volontariato

Il primo evento a cui ho partecipato, nel gennaio del 2019, è stato quello sulla pulizia del condominio di via Lorenteggio 181. Uno stabile completamente vuoto pronto per essere abbattuto e che per lungaggini burocratiche era stato lasciato incustodito, con la conseguenza che era stato di nuovo occupato. Alcune famiglie che avevano bambini piccoli vi si erano stabilite. Quel cortile era come un girone dantesco. Immondizia dovunque, rovine, finestre e porte sprangate. Alcune scale erano state riaperte e la gente aveva cominciato a viverci come poteva. Probabilmente non c’era riscaldamento e i topi erano gli assoluti padroni dei cortili. Quello stabile era diventata la discarica della via. Grazie alle associazioni di zona e all’Amsa (l’azienda si occupa della raccolta dei rifiuti), quel sabato mattina erano arrivati un centinaio di volontari che con le tute bianche, le pale e i rastrelli avevano dato via ad una grandissima operazione di pulizia. Quella mattinata è stata una bellezza assoluta: ragazzi, anziani, associazioni e scout tutti assieme hanno ripulito il cortile. E il don era lì a pulire. Con la sua tuta bianca armato di scopettone e pala assieme a tutta la società che voleva fare una differenza. Col sorriso, sempre.

Fra noi è nata una bella stima e anche un’amicizia, due mondi lontani che si avvicinano e si sfiorano non è qualcosa che capita tutti i giorni. Mi piaceva passare da lui, mi raccontava aneddoti e storie delle persone: un signore che gli aveva lasciato le istruzioni e i soldi per il suo funerale, oppure la signora straniera che - avendo a casa una persona che si dichiarava suo nipote - gli aveva lasciato tutti i documenti, perché forse non lo era davvero.

Impegno internazionale e accoglienza

Assistente, vicario, parroco, anni come missionario in Argentina la terra che il cardinal Bergoglio diventando Papa Francesco definì «quasi ai confini del mondo». E poi il ritorno nel Comasco al confine con la Svizzera, a Caversaccio di Valmorea a fare il parroco. Qui negli anni Ottanta l’emergenza dei primi profughi, i libanesi che fuggivano da un paese in guerra dove c’erano attentati con le autobombe. Quei fratelli ripercorrevano i sentieri degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e cercavano rifugio al di là della frontiera. Don Renzo li accoglienza in casa, nella sacrestia e in chiesa. La parrocchiale era diventata un campo profughi con il portone spalancato. «Le ante - disse - le lego ai muri così restano sempre aperte». Davanti al flusso di profughi l’idea di trasformare la chiesa in un dormitorio accostando le panche dove siedono i fedeli a messa e collocando materassi sopra. Nonostante avesse da accudire anche l’anziana madre malata, Bambina, don Renzo si prodigava per portarli di là questi uomini in fuga. Finchè una notte le guardie svizzere lo sorprendo e lo arrestano per immigrazione clandestina. Dovette intervenire il vescovo Maggiolini per farlo liberare.

E poi la guerra nei Balcani, Sarajevo martoriata e lui che fonda “Sprofondo” e con tanti volontari comaschi va e porta speranza e l’anelito di pace. Uno di loro, anni dopo, troverà la morte su un ponte colpito dai cecchini: Gabriele Moreno Locatelli di Canzo. Un romanzo la vita di don Renzo.

Volontari e aiuti umanitari per le crisi internazionali

Visione della Chiesa e delle parrocchie oggi

La società è cambiata completamente e molto dipende dalla volontà di sacrificio, da un contesto culturale differente, e anche dalle famiglie. Nei nuclei famigliari ci sono sempre meno figli, e forse un tempo entrare in seminario voleva dire anche la sistemazione di un figlio. Il mondo quindi è cambiato vorticosamente e la religione sembra non essere più molto importante per molti. Ma tutto è in crisi non solo la chiesa, anche la scuola e la famiglia. Le famiglie tradizionali - aggiungo io - sono veramente ai minimi termini e anche la vita dei genitori è ancora più complicata. Per questo motivo e non solo, ora si accorpano le parrocchie. È chiaro che alcune cose ora sono diverse, però questo rappresenta veramente un grosso problema per la chiesa perché si rischia di cominciare a dover chiedere le parrocchie. Ci vorrebbe un maggior coinvolgimento dei laici come avviene in alcuni paesi, tipo la Francia. Qui in Italia siamo ancora fermi al pensarci. In Francia, si accorpano le parrocchie già da alcuni anni perché non ci sono più i numeri. Anche noi in Italia abbiamo numeri bassi, però sembra che nessuno se ne renda conto, anche se va detto che non è un semplice trovare soluzioni che possano risolvere.

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Mi sembra di capire che sia preoccupato per questo immobilismo, perché teme che se continua questa deriva alcune chiese possano chiudere. Mi racconta un aneddoto di quando era giovane, di quando è uscito dal seminario ed è diventato prete. Adesso ti faccio ridere, mi dice. Il mio oratorio di nascita mi ha regalato le ultime tecnologie che c’erano all’epoca: un proiettore per diapositive, un giradischi e una macchina da scrivere Olivetti. Allora l’Olivetti - che era l’ultimo ritrovato - non aveva neanche lo schermo, era solo una macchina da scrivere. Buonanotte. Il proiettore per diapositive - che mi hanno dato come fosse l’ultima novità - pochi anni non serviva più perché sono sparite le diapositive. Rimaneva il giradischi. Ripensandoci adesso, ci impressiona la velocità di questi cambiamenti. Sono talmente veloci che è difficile starci dietro.

Riconoscimenti, memoria e accoglienza nella comunità

Camminando per le strade intorno alla sua nuova parrocchia, lo salutano tutti, italiani e immigrati, e gli domando se sente nostalgia del vecchio Giambellino. Sicuramente. Pensa che ci ho vissuto per 15 anni: prova ad immaginare i quanti rapporti, quante storie, a tutta la vita che ho incontrato. Io all’oratorio ci sono stato fino al 2019. Una vita con i ragazzi, dai 6 anni sino alla soglia dei 60, di tutti questi quasi 40 anni vissuti come prete. Mi mancano i ragazzi anche se però non ho più la voglia e la forza per dormire per terra. Quando hai 30 anni li accompagni in campeggio dovunque, a 60 è più faticoso e bisogna passare la mano.

Da noi arriva molta gente bisognosa che riusciamo ad aiutare grazie alla Caritas. È qualcosa di enorme. Quindi, delle quattro, la mia parrocchia è quella che più si occupa delle attività sociali. La bandiera è quella dell’arcobaleno con la scritta Peace. Difficile trovare per Milano qualcosa di simile. Per me è veramente un grosso piacere averlo come amico. Mi dice che pensava di toglierlo alla fine della guerra, ma siccome ne scoppia una nuova ogni giorno, è restato lì e si è sbiadito. I suoi racconti aprono mondi sconosciuti, mi parla delle varie parrocchie e come sono costituite. Siamo abituati a vedere le chiese, dando quasi per scontato che esistano. Spesso non sappiamo nulla di quello che succede al loro interno, di come siano diventate un unico argine, quell’isola di salvezza per molti italiani e stranieri che non hanno nulla.

Intervista ai volontari e alle attività della parrocchia

Un’eredità fatta di gesti quotidiani

Qui dominano figure di preti e di suore e di missionari laici per portare speranza ai fratelli lontani. Però, non è che per essere santi bisogna per forza andare in missione. A volte si fa più fatica qui. Nelle nostre periferie - guarda caso il tema di quest’anno de “Le Primavere de La Provincia” - si rischia di incontrare ancora più bisogno che altrove. Un detto spiega la devozione e l’anticlericalismo che convivono in Spagna affermando che lì tutti inseguono un prete, la metà per pregarlo, l’altra metà per picchiarlo. Da noi prevale l’indifferenza. Si pensa di poterne fare a meno, di essere autosufficienti, “adulti” si dice. Eppure molti dei problemi della gioventù moderna derivano dal ridimensionamento degli oratori. Che pure restano una realtà importante, fondamentale se si considera che nella nostra diocesi sono decine di migliaia i ragazzi accolti negli oratori e nei Grest estivi, oltre mezzo milione in Lombardia. Figure esemplari per intere generazioni come don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari.

Tre preti. E c’è chi farebbe gli scongiuri. Ma avercene di preti così. Le loro storie dicono tanto della bellezza della Chiesa e dell’intera umanità che sa far spuntare fiori così preziosi anche nell’aridità dei tempi moderni e dell’indifferenza dei nostri giorni. Precedenza a don Renzo Scapolo che nei suoi 79 anni ha percorso le strade dei poveri e dei perseguitati. Omonimo di un altro prete, don Renzo Beretta, che nella parrocchia di confine a Ponte Chiasso, accoglieva gli immigrati nordafricani, finché uno di loro per l’arrabbiatura di un banale rifiuto di soldi lo accoltellò uccidendolo. Preti scomodi. Figli e fratelli di una comunità che solo una falsa diceria classifica fredda e distaccata. Quanta generosità, invece. Quanto concreto prodigarsi per il prossimo.

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Il valore del dialogo e del rispetto

In tutte questi anni nessuno ha mai cercato di portare l’altro dalla sua parte, il rispetto è stato superiore a tutto. Mi ero posto sempre un sacco di domande su di lui: il don avrebbe potuto essere un compagno di fabbrica, ma ho visto più pensieri di sinistra da lui che da tanti che negli anni si dichiaravano come tali. Invece aveva scelto la via della religione. Ho avuto spesso la curiosità di sapere cosa lo avesse portato alle sue scelte, quale fosse stata la motivazione e immaginavo che avesse avuto come una sorta di folgorazione. Ultimamente abbiamo pranzato assieme e fra un discorso e l’altro gli ho chiesto come avesse scelto di diventare prete. La sua risposta invece mi sorprese ancora una volta, per le motivazioni sicuramente molto più semplici.

Ambito Attività
Parrocchia (Giambellino) Centro di ascolto, pacchi alimentari, doposcuola, oratori estivi, pranzo di Natale
Volontariato locale Pulizie di condomini degradati, coinvolgimento di associazioni e scout
Missione e accoglienza Servizio in Argentina, accoglienza profughi libanesi, fondazione “Sprofondo”
Servizi per immigrati Scuola di italiano per adulti, collaborazione con suore comboniane, supporto Caritas

Mi riaccompagna alla macchina. Come al solito, ho pass... Che scherzo da prete. Forse avrebbe detto proprio così don Renzo Scapolo con la sua faccia sorridente e sincera nel commentare la coincidenza della sua dipartita proprio nel giorno in cui a Como si presenta il libro su Padre Giuseppe Ambrosoli e le cronache raccontano dell’appello di don Giusto, il parroco che ha fatto di Rebbio il primo fronte dell’accoglienza ai migranti. Quanti fiori nel giardino della Chiesa. Qui domina la figura di don Luigi Guanella.

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