
Gli allarmi mediatici si muovono secondo curve che ogni tanto si impennano e spesso non affrontano le cause profonde del problema, come ad esempio nel caso della violenza giovanile. Sul tema analizziamo il cosiddetto fenomeno delle "baby gang", commentando gli ultimi dati, smontandone gli stereotipi, approfondendo il legame tra devianza giovanile e mancanza di inclusione, il ruolo dei social media e la necessità di politiche che offrano agli adolescenti reali opportunità di crescita e di cittadinanza.
La diffusione di notizie sull’aumento della violenza tra i minorenni va letta criticamente: confrontare un anno con il precedente e gridare all’emergenza può essere fuorviante. È importante considerare che gli omicidi commessi da minorenni mostrano oscillazioni numeriche e non indicano una tendenza unica o inevitabile. I dati della Criminalpol, letti nel loro contesto, indicano variazioni e non una crescita lineare.
Esiste, però, un generale e diffuso orientamento alla violenza come strumento di soluzione di conflitti, che riguarda soprattutto modelli adulti e la spettacolarizzazione dei comportamenti giovanili problematici. Questo clima alimenta la percezione di una generazione violenta e può spingere a politiche penali meramente repressive, invece di interventi di inclusione e prevenzione.
Il termine “baby gang” è oggi una sintesi utilizzata dai media per riferirsi a gruppi che compiono reati, spesso in contesti urbani e multietnici. Esistono differenze rispetto alle gang strutturate di altri paesi: in Italia, i gruppi di giovani violenti tendono a essere fluidi, improvvisati e privi di una gerarchia solida. Interi contesti di strada possono favorire aggregazioni di 10-20 adolescenti tra i 15 e i 17 anni, con origini spesso legate a esclusione sociale, precarietà economica familiare e mancanza di opportunità educative e lavorative.
La rapida diffusione di modelli violenti attraverso i social media facilita imitazioni e la condivisione di contenuti che conferiscono visibilità all’agire violento. La componente di cittadinanza o inclusione appare cruciale: quando un giovane non percepisce opportunità reali nella società, può sentirsi ai margini e cercare identità, appartenenza e protezione nel gruppo.
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La questione di cittadinanza va letta in chiave pragmatica: periferie urbane, riduzione di rete di servizi, dispersione scolastica e mancanza di un tessuto di relazioni solide creano terreno fertile per l’emergere di gruppi devianti. La banda diventa un surrogato di famiglia, fornendo identità, appartenenza, visibilità e, talvolta, guadagno simbolico. La prevenzione dev’essere multilivello: sostegno alle famiglie, investimenti nella scuola, attività aggregative e percorsi culturali, sportivi e artistici che attraggano i ragazzi e le ragazze.
L’Istituto penale per i minorenni (IPM) è stato concepito come extrema ratio, una risposta del sistema verso il reato minorile, non come unica soluzione. L’obiettivo è offrire opportunità di crescita e reinserimento coinvolgendo comunità locali, evitando il perpetuarsi di stigmatizzazione che ostacola la riabilitazione. Oggi la residualità del ricorso al carcere per i minorenni è minacciata da un contesto politico che privilegia la repressione, contribuendo a sovraffollamento e a problemi strutturali negli IPM. Per un reinserimento efficace servono programmi di inclusione, formazione e supporto psicologico proiettati nel dopo detenzione.
Il termine “devianza giovanile” può risultare riduttivo perché descrive comportamenti eterogenei: dalla trasgressione lieve a reati gravi. Molti comportamenti devianti rispondono a un adattamento a culture dominante e consumismo, ma spesso si intrecciano con disagio familiare, povertà educativa, abbandono scolastico, disturbi psicologici o uso di sostanze. La prevenzione dev’essere multilivello: sostegno alle famiglie, investimenti nella scuola, opportunità di aggregazione, attività sportive e artistiche, servizi sociali e psicologici di comunità capaci di intercettare precocemente i problemi nei luoghi di incontro degli adolescenti.
La costruzione dell’identità e la necessità di appartenenza spingono alcuni giovani a cercare protezione e status all’interno di una gang. Il gruppo diventa “laboratorio sociale” dove sperimentare scelte autonome, mentre la scuola, se presenta un clima positivo con leadership democratica, può ridurre aggressività e favorire benessere. L’esistenza di gruppi informali e la relazione con i pari hanno una correlazione significativa con la futura criminalità, soprattutto quando contesti familiari e scolastici non sostengono uno sviluppo sano.
La valutazione psico-forense dei minori autori di reato deve considerare l’immaturità di alcune regioni cerebrali e la responsabilità specifica al momento del fatto. L’impulsività, la mancanza di controllo degli impulsi e i meccanismi di disimpegno morale possono contribuire a comportamenti violenti. Il DSM-5-TR descrive disturbo antisociale di personalità come pattern che inizia nell’infanzia o nell’adolescenza, caratterizzato da inosservanza delle norme e spesso da comportamenti ingannevoli o impulsivi.
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Il sistema giuridico italiano affronta il fenomeno delle baby gang attraverso principi a misura di minore, distinguendo tra minori infraquattordicenni (non imputabili per presunzione assoluta) e minori tra i 14 e i 18 anni, per i quali l’imputabilità è valutata caso per caso. Gli strumenti di riabilitazione includono la sospensione con messa alla prova e programmi di recupero, lavoro di pubblica utilità e interventi psico-sociali nella famiglia e nel territorio. È necessario un approccio multidisciplinare che integri psicologia, neuroscienze e pedagogia per comprendere le motivazioni sottostanti all’agito deviante.
Le teorie razionaliste che attribuiscono l’adesione alle baby gang a volontà spontane non bastano: occorre un approccio integrato che tenga conto di contesto familiare, scuola, e comunità. Il contagio sociale, potenziato dai social media, richiede interventi di mediazione e prevenzione comunitaria, non solo misure punitive. Garantire spazi di ascolto per adolescenti e famiglie, e promuovere percorsi educativi e sportivi, è essenziale per ridurre l’esclusione e offrire vere opportunità di cittadinanza attiva.
Transcrime, Rapporto 2022-2024, evidenzia una concentrazione territoriale nel centro-nord e una significativa presenza di giovani coinvolti in gang violente; tra i gruppi c’è una forte eterogeneità e una prevalenza di contesti dove l’opportunità educativa è limitata. Inoltre, si evidenzia come la pandemia da Covid-19 abbia accentuato l’abbandono scolastico e le difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro, con rimbalzo dei reati minorili nei mesi successivi al lockdown.
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