
Joe Denti - noto anche come Joe Denti di Ferro - è una figura eclettica del panorama televisivo e cinematografico italiano: televisore, teleimbonitore, showman, opinionista sportivo e appassionato divulgatore di cinema. La sua carriera attraversa decenni, dai primi passi come fumettista e conduttore per bambini fino alla sua consacrazione come narratore della storia del cinema.
Tutto risale al 1978, avevo 28 anni. Facevo il commesso in un negozio di articoli sportivi e arrotondavo disegnando fumetti e insegne da esporre in vetrina per alcuni negozi di Milano. Un giorno venni avvicinato da un emissario di Telereporter, che mi chiese di disegnare il logo dell’emittente. Mi inventai un cuore. Piacque a tal punto che da un giorno all’altro mi spedirono a condurre un programma.
Non era una telepromozione, era un programma per bambini, si chiamava Il solito ignoto. La prima regola per un buon conduttore è piacere ai bambini. I genitori li seguiranno. Mi ero fatto una discreta fama come fumettista, disegnai anche “Prezzemolo”, la mascotte del nuovo parco di Gardaland. La Rossini Hifi di Busto Garolfo mi commissionò alcune vignette promozionali da esporre negli stand commerciali di Milano. A un certo punto acquistarono degli spazi commerciali su Rete A, serviva qualcuno che facesse le televendite. Chiamarono me.
Televenditore, showman, opinionista sportivo, cinefilo. In quale definizione si riconosce di più? «Io sono principalmente un narratore della storia del cinema. Ho scritto 12 libri sull’argomento, presentato festival, intervistato centinaia di attori». I teleimbonitori sono stati tra i frutti più perversi degli anni ’80. Roberto Da Crema rantolava mentre sbatteva sul tavolo sedicenti Swatch, Franco Bertocchi bruciava in studio i mobili che non erano degni di far parte del suo campionario, Wanna Marchi insultava i suoi stessi spettatori… «E io duettavo con un pupazzo».
Chi ha più di 40 anni ne ricorda i siparietti surreali con il sedicente colonnello Kurtz, un pupazzo bardato di giallo dalle sembianze di un ottuagenario bisbetico, mentre intanto tesseva le lodi di amplificatori e impianti hifi: i millennials invece ne rievocheranno i cappottamenti dalla sedia negli studi di Telelombardia, dove in qualità di opinionista e tifoso del Milan, deliziava la platea di "Qui studio a voi stadio" con monologhi non esattamente all’insegna del politicamente corretto.
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Era una commedia dell’arte, si andava a braccio, improvvisavi su un canovaccio. Ognuno creò un suo personaggio e vendeva quello. Avevamo una libertà impensabile per una tv nazionale. Per 12 anni siamo andati in onda all’una di pomeriggio con il colonnello Kurtz a “Chi la fa l’aspetti”. Era un gioiello di programma, senza neanche una parolaccia. Tutto improvvisato al momento. Gag surreali, abbiamo fatto ridere una generazione di ragazzi.
Quanto guadagnava? «Anche 15 milioni al mese, molti dei quali sputtanati in alcol o peggio. Guido Angeli, che faceva Aiazzone, arrivava persino a 50. L’editore Alberto Peruzzo era burbero ma geniale. La sua fetta di torta la garantiva a chiunque». Leggenda vuole che all’ingresso degli studi di Rete A fosse affisso un cartellone con i nomi dei venditori che fatturavano di più. Conferma? «Nell’ordine: Guido Angeli, Joe Denti, Walter Carbone».
L’etica non sempre era la specialità della casa. «Io non ho mai imbrogliato nessuno. Vendevo amplificatori, stereo, i primi telefoni da scrivania. Oggetti onesti e utili. Non ho mai avuto niente a che fare con quadri e tappeti». Le loro aste erano l’emblema della truffa. Da casa non si possono distinguere i dettagli. Alla fine si rifilavano cinque o sei quadri simili, i pittori li dipingevano in serie.
Nel 1989 passa a Telelombardia. «Mi ci portò l’allora amministratore delegato Paolo Romani, dopo che l’anno prima ero stato chiamato da Enrico Montesano a Fantastico 9 per vendere i biglietti della lotteria Italia. Avevo solo due minuti di tempo in camera, parlai della corsa al Klondike. Vendetti 11 milioni di biglietti, fu un record». Poi però con le promozioni smise. Infatti, da lì in poi fu solo intrattenimento.
A un certo punto diventa opinionista di fede milanista a Qui studio a voi stadio. Si aspettava che il calcio entrasse a far parte della sua vita professionale? «Mai e poi mai. Purtroppo i nuovi vertici avevano deciso di stravolgere i palinsesti puntando solo sul pallone. Una noia, e metticelo almeno un film». Ma almeno il calcio le piace? «Simpatizzo per il Milan, sono cresciuto vicino all’Ippodromo, da ragazzo entravo a San Siro scavalcando le recinzioni. Vuoi mettere il brivido.»
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Giocatori che apprezza? «Ho amato Rino Gattuso, la sua umiltà, il suo spirito di sacrificio. Un uomo autentico che si è fatto da sé. Ora ammiro la fisicità di Leão, e poi quel portiere strepitoso…come si chiama?» Maignan… «Ecco, vede, gliel’ho detto, di calcio non capisco niente». Sono parole che rivelano quel mix di autoironia e attaccamento alla memoria popolare che contraddistingue la sua figura pubblica.
Bastano un paio di battute per capire come per Joe Denti la relazione con il cinema sia ben più proficua che con la tecnologia. Eppure viene da sorridere ripensando a quando sbarcava il lunario con le telepromozioni nelle tv private lombarde, piazzando qualunque dispositivo elettronico gli capitasse a tiro. Io intrattenevo il pubblico. E poi non vendevo i prodotti, ma quello che consentivano di fare: “Grazie a questo videoregistratore potete noleggiarvi la cassetta di Ben Hur e vedervela oggi stesso”.
Di Ben Hur, è vero che lo ha visto più di 60 volte? «Se è per questo me lo sono anche tatuato sul braccio». Nientemeno. «Lo vidi per la prima volta a 9 anni. Fantasticai di gareggiare con lui contro i cavalli di Messala. Me ne innamorai». Presentava rassegne su ReteCapri, festival a Cattolica, a Sarzana, ha anche vinto il premio Pittalunga per il mio impegno di divulgatore. E poi vado nelle scuole elementari a fare lezione. Il più bel complimento che mi fanno i bambini è quando mi chiedono “Quando torni?”.
Intervistava anche gli attori. «A centinaia. Sordi, Monica Vitti, Val Kilmer. Apprezzavano la mia preparazione, sapevo entrare in empatia con loro. Però una volta Pierce Brosnan, l’agente 007, mi scambiò per un cameriere». Dovendo intervistarlo nella hall di un albergo, indossò per coprire una condizione della pelle un paio di guanti bianchi; Brosnan gli chiese un doppio whisky e la Universal lo bandì per cinque mesi.
Come passa le sue giornate Joe Denti a 73 anni? «Mi sono trasferito a Sarzana, in Liguria. Ormai mi occupo soltanto di cinema. E di Maximiliano, mio figlio, che 12 anni fa ha subito un terribile incidente in auto e lotta ogni giorno. È un leone. Fu investito da un ubriaco che non ha mai fatto un giorno di carcere. Ma a me sarebbe bastata solo una lettera di scuse».
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Un’ultima cosa: Joe è il suo vero nome? «Sì. È il nome di battaglia di un partigiano che per salvare mio padre venne ucciso dai nazisti. Il problema è che per regio decreto ai tempi non si poteva dare ai bambini un nome straniero, quindi all’anagrafe sono registrato come Giovanni». Questa curiosità biografica aggiunge spessore alla storia personale di un uomo che ha saputo trasformare la propria vita in una lunga narrazione pubblica.
Bastano un paio di battute per capire come per Joe Denti la relazione con il cinema sia ben più proficua che con la tecnologia. Io sono principalmente un narratore della storia del cinema. Ho scritto 12 libri sull’argomento, presentato festival, intervistato centinaia di attori. Ho una videoteca con 20mila titoli. La gente però non la ricorda per il cinema: tutto risale al 1978...
| Fase | Attività principale |
|---|---|
| Anni '70 - '80 | Fumettista, conduttore per bambini, telepromozioni |
| Anni '80 - '90 | Televendite con pupazzi, showman, programmi d'intrattenimento |
| Fine anni '80 - 2000 | Passaggio a Telelombardia, opinionista sportivo |
| Anni recenti | Divulgatore cinematografico, presentatore di festival, docente nelle scuole |
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