
La domanda se lo sperma possa sbiancare i denti appartiene a quel filone di credenze popolari e curiosità che circolano soprattutto sui social, ma è importante affrontarla con rigore scientifico. Non c’è evidenza scientifica che lo sperma sia una causa diretta di carie o infezioni dentarie, né che abbia proprietà sbiancanti per lo smalto o per la dentina.
Bisogna innanzitutto puntualizzare che il colore dei denti è personale, cambia da individuo a individuo. A determinare il colore dei denti non è lo smalto, come si potrebbe pensare, bensì la dentina. Tutti i denti, anche i più bianchi, presentano sfumature gialle o grigie, soprattutto in prossimità del colletto gengivale. Il colore dei canini è di norma più intenso.
Si distingue tra pigmentazione estrinseca e pigmentazione intrinseca. La pigmentazione estrinseca è data da depositi sulla superficie dello smalto causati da caffè, tè, vino rosso, tabacco, alcuni alimenti. La pigmentazione intrinseca è la colorazione interna della dentina, determinata da invecchiamento naturale, farmaci (come le tetracicline in età infantile), traumi dentali o predisposizione genetica. Questa distinzione è il motivo per cui un trattamento che "funziona" per qualcuno potrebbe non produrre alcun risultato visibile su un'altra persona. Una pigmentazione intrinseca da tetracicline, da trauma, o genetica non risponde allo stesso modo a un trattamento con perossido rispetto a una pigmentazione estrinseca da caffè.
Per avere denti bianchi in modo sicuro, l'unico metodo con evidenza scientifica solida è lo sbiancamento a base di perossido - in studio o con mascherine personalizzate prescritte dal dentista. Lo sbiancamento professionale consiste nell’applicare sulle superfici dentali un gel ad azione sbiancante a base di perossido di idrogeno o perossido di carbamide a concentrazioni del 35-40% o simili, applicato dal clinico dopo aver protetto le gengive. Se eseguito correttamente con i protocolli clinici approvati, lo sbiancamento professionale non danneggia strutturalmente lo smalto.
Il trattamento in studio utilizza perossido di idrogeno a concentrazioni tra il 25% e il 40%, applicato dal clinico dopo aver protetto le gengive. Lo sbiancamento professionale consiste nell’applicare un gel ad azione sbiancante a base di perossido di idrogeno o perossido di carbamide a concentrazioni del 35-40%. Il gel viene, successivamente, attivato da una apposita lampada - alogena, a luce ultravioletta, a led, al plasma o da un laser - che catalizza la reazione per 10-12 minuti. Subito dopo, nella stessa seduta, la procedura viene ripetuta per una seconda volta. E poi ancora a distanza di circa 7-15 giorni ed ancora, fino ad un massimo di sei sedute circa della durata di un’ora circa.
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A differenza delle strisce commerciali, le mascherine su misura aderiscono perfettamente alla morfologia dentale di ciascun paziente, distribuendo il gel in modo uniforme e riducendo il contatto con le gengive. La seconda è lo sbiancamento domiciliare, che prevede l’utilizzo di mascherine realizzate su misura, da indossare ogni notte per il tempo indicato dal dentista.
La durata dipende dalle abitudini alimentari (caffè, tè, vino, fumo) e dalla manutenzione. In media, uno sbiancamento professionale mantiene i risultati per 12-24 mesi. L'effetto collaterale più comune è la sensibilità dentale temporanea nelle 24-48 ore successive al trattamento. La sensibilità post-trattamento è frequente ma temporanea. Si manifesta come ipersensibilità al freddo e al caldo nelle prime 24-48 ore. I protocolli moderni includono l'uso di gel al fluoro o di agenti desensibilizzanti prima e dopo il trattamento per ridurre questo effetto.
Il mercato dei prodotti per schiarire i denti vale miliardi e cresce ogni anno. Dentifrici sbiancanti, strisce adesive, kit con luce LED, oli vegetali, polveri nere al carbone attivo: la loro efficacia varia molto e la letteratura scientifica spesso non supporta molte applicazioni popolari.
Il bicarbonato è uno degli ingredienti più usati nei dentifrici sbiancanti fai-da-te. La logica popolare è semplice: è una polvere leggermente abrasiva che "leva le macchie". Il bicarbonato ha un valore RDA (Relative Dentin Abrasivity) basso rispetto ad altri abrasivi, ma usato direttamente come polvere - non formulato in un dentifricio calibrato - l'effetto abrasivo aumenta in modo non controllato. L'efficacia sbiancante reale è limitata: il bicarbonato rimuove macchie di superficie (pigmentazione estrinseca leggera), ma non penetra lo smalto e non modifica il colore della dentina sottostante. Il bicarbonato rimuove tracce di pigmentazione superficiale estrinseca per via abrasiva, ma non penetra lo smalto e non modifica il colore della dentina. L'effetto è minimo e non paragonabile a quello del perossido.
Il carbone attivo è stato tra i trend più diffusi sui social negli ultimi anni. La letteratura scientifica non supporta questa applicazione. L'oil pulling - risciacquo prolungato con olio di cocco o di sesamo - è una pratica derivata dalla medicina tradizionale indiana. L'olio non contiene agenti ossidanti capaci di penetrare lo smalto e modificare il colore della dentina. Secondo alcune credenze popolari, madre natura potrebbe aiutare a rendere i denti più bianchi, ma non sempre lo sbiancamento naturale può portare a risultati tangibili; anzi, alcuni rimedi possono mettere a rischio la salute dello smalto dentale.
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Tra i prodotti in commercio ci sono le white strips: striscette adesive che contengono perossido di idrogeno. Queste strisce adesive vengono posizionate sui denti e lasciate agire per qualche ora. Spesso però è difficile applicarle in maniera corretta coprendo perfettamente tutti i denti: consultare un dentista è sempre la soluzione migliore. I dentifrici sbiancanti contengono microgranuli che svolgono una funzione abrasiva: in realtà lo sbiancamento è solo molto superficiale e l’azione abrasiva potrebbe alla lunga danneggiare lo smalto. Alcune penne contengono gel a base di pigmenti opacizzanti (sbiancanti ottici) con efficacia limitata; altre penne contengono invece perossido di carbammide, una sostanza che sarebbe meglio venisse usata solo dal dentista dato che potrebbe rovinare lo smalto.
In Europa, il Regolamento (CE) 1223/2009 sui cosmetici limita la concentrazione di perossido di idrogeno nei prodotti a uso autonomo al 6%. A 6%, l'efficacia esiste ma è limitata. Il trattamento in studio utilizza concentrazioni molto più elevate e viene eseguito in condizioni controllate dal clinico. Prima di procedere con qualsiasi trattamento è importante rivolgersi a un dentista per una visita di controllo. Bisogna infatti escludere problematiche quali carie, malattie parodontali (come la parodontite) o sensibilità dentale. Inoltre, è sempre meglio chiedere il consiglio di un professionista su eventuali prodotti da applicare.
Ci sono casi in cui lo sbiancamento è controindicato. Può essere sconsigliato alle persone molto anziane, che presentano lo smalto assottigliato e la dentina ingiallita. Oppure a chi si sottopone a cure oncologiche o ha ricorrenti gengiviti a causa del diabete. Così come a chi ha un’accentuata sensibilità dentale e avverte fitte dolorose ogni volta che consuma cibi e bevande calde o fredde oppure soffre di bulimia (per l’azione erosiva degli acidi del vomito). Queste categorie un po’ fragili dovrebbero fare un’attenta valutazione medica dei “pro e contro” prima di sottoporsi al bleaching.
Inoltre, molti pazienti pensano di poter sbiancare anche le parti del dente ricostruite: le ricostruzioni in resina o in materiale composito non sono sensibili allo sbiancamento dentale. L’alternativa, in questo caso, è puntare sulle faccette dentali, sottili rivestimenti in ceramica realizzati su misura e applicati sulla superficie esterna del dente.
Il desiderio di avere denti bianchi e scintillanti non è un fenomeno moderno. Per migliaia di anni le persone hanno fatto di tutto per mantenere i loro denti bianchi: già presso i Fenici e gli antichi Romani si registrano alcune pratiche odontoiatriche di sbiancamento dentale. Nel Medioevo si usava, invece, buccia di limone e bicarbonato. Gli egiziani applicavano una miscela di pomice macinata e aceto bianco; i Romani talvolta usarono l’urina per la sua ammoniaca. In oriente, nella medicina ayurvedica, si fanno sciacqui quotidiani con olio di cocco o olio di semi (oil pulling) o si mastica la radice di Araak.
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Per mantenere i risultati, è utile limitare o evitare il consumo di bevande e cibi dal forte potere colorante: tè, caffè, liquirizia, caramelle e frutta rossa. Meglio anche non fumare e non utilizzare collutori a base di clorexidina. Dopo lo sbiancamento dentale è consigliato limitare alimenti e bevande molto pigmentati come caffè, tè, vino rosso, bevande colorate, salsa di soia, curry e frutti rossi. Anche il fumo può compromettere la qualità del risultato. Per mantenere più a lungo il risultato è utile seguire una corretta igiene orale, programmare controlli periodici e rispettare le indicazioni ricevute dal dentista dopo il trattamento.
Prima di iniziare qualsiasi trattamento è importante rivolgersi a un dentista per una visita di controllo. È bene ricordare che non esistono denti bianchi al 100% e che la gradazione di bianco raggiungibile dipende dal colore di partenza e dalla causa della discromia. Per chi vuole esplorare lo sbiancamento dentale è utile richiedere una valutazione estetica per capire qual è la causa del colore e quale protocollo è indicato nel suo caso specifico; un check-up estetico non impegna a nulla.
In sintesi: lo sperma non sbianca i denti; per ottenere risultati sicuri ed efficaci occorre affidarsi a metodi basati su perossidi applicati con protocolli clinici o mascherine prescritte dal dentista, evitando rimedi potenzialmente dannosi o inefficaci.
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