
Lo sbiancamento delle spugne marine è stato individuato per la prima volta in Nuova Zelanda. Le spugne di mare al largo della costa meridionale della Nuova Zelanda sono state trovate per la prima volta sbiancate, a seguito di temperature oceaniche estreme. Gli scienziati hanno affermato che le spugne, che avrebbero dovuto essere di un marrone vellutato, sono state avvistate a Breaksea Sound e Doubtful Sound a Fiordland di un colore bianco. La scoperta è stata fatta dal professore di biologia marina James Bell mentre era in viaggio di ricerca con il suo team. Il signor Bell, della Victoria University di Wellington, ha affermato che uno sbiancamento del genere non era mai stato visto prima in Nuova Zelanda e che ci sono state poche segnalazioni in acque fredde a livello internazionale. Gli scienziati hanno aggiunto che lo sbiancamento potrebbe diffondersi rapidamente, per colpa del cambiamento climatico che stiamo vivendo.
Le spugne svolgono un ruolo importante negli ecosistemi marini creando habitat per i pesci e rilasciando carbonio di cui si nutrono altre specie. Spugne marine sbiancate: allarme sul cambiamento climatico Ci sono state segnalazioni di sbiancamento delle spugne, anche al largo della costa della Tasmania, ma in genere tendono a essere più tolleranti ai cambiamenti oceanici rispetto ad altre specie come i coralli. L’anno scorso, gli oceani del mondo sono stati i più caldi nella storia mai registrata, a causa del cambiamento climatico, che tra le altre cose può causare l’acidificazione degli oceani e il degrado delle barriere coralline e degli ecosistemi. A Fiordland, quelle temperature erano ancora più elevate, ha affermato Rob Smith, oceanografo dell’Università di Otago, che lavora con il progetto Moana, finanziato dal governo, alla ricerca sulle ondate di caldo marine. Ha detto che la regione ha registrato temperature fino a 5 gradi più alte del solito.
Sono state necessarie ulteriori ricerche per stabilire definitivamente se le temperature oceaniche stanno causando lo sbiancamento, ha detto Bell. In questa fase i ricercatori hanno trovato una correlazione molto forte tra lo sbiancamento e un forte picco di temperatura. Alcune spugne sbiancate potrebbero tornare in vita, ha detto Bell, ma il team dovrebbe tornare sul sito per monitorarne l’evoluzione. Quando si parla di acquario marino, la mente corre subito a coralli fluorescenti, pesci sgargianti e anemoni che ondeggiano tra le correnti. Chi ha un acquario maturo lo sa: prima o poi queste presenze compaiono. A volte microscopiche, altre volte più vistose, colorano gli anfratti con sfumature che vanno dal bianco gessoso al giallo acceso, fino a blu e viola intensi.
E c’è sempre il momento in cui il neofita si chiede: “Ma queste cose sono alghe? Sono pericolose? Le spugne appartengono al phylum Porifera, uno dei gruppi animali più antichi della Terra, risalente a oltre 600 milioni di anni fa. La loro struttura, priva di veri tessuti e organi come li intendiamo negli animali superiori, è basata su un intricato sistema di canali e camere filtranti. Grazie a questa architettura, una spugna è capace di filtrare enormi volumi d’acqua ogni giorno, trattendone particelle microscopiche che diventano nutrimento. Nel contesto acquariofilo, la loro comparsa è spesso spontanea: arrivano come organismi sessili di ridefinizione biologica, introdotti con rocce vive, sabbia o addirittura tramite l’acqua di trasporto degli animali.
La cosa sorprendente è che, nonostante il loro aspetto apparentemente banale, le spugne hanno funzioni cruciali anche in vasca: filtrano l’acqua, consumano nutrienti disciolti, ospitano batteri simbionti e, in alcuni casi, offrono rifugio a piccoli crostacei e microorganismi. In questo articolo voglio portarti dentro al mondo delle spugne marine in acquario con un taglio scientifico ma anche pratico, quello che può venire solo da anni di osservazione diretta e dallo studio delle pubblicazioni biologiche. Nel linguaggio acquariofilo e tra i biologi marini, quando si parla di spugne si fa riferimento a un’ampia gamma di organismi appartenenti al phylum Porifera. In ambito scientifico non troverai però queste etichette colloquiali, perché ogni specie ha un proprio nome binomiale, spesso complicato, che richiama caratteristiche morfologiche o il nome dello scopritore.
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La cosa curiosa è che il termine “spugna” evoca subito, nell’immaginario comune, l’oggetto domestico che usiamo per lavare piatti o superfici. Non è un caso: quelle che compriamo al supermercato sono spesso ricavate proprio da scheletri calcarei o fibrosi di specie di Porifera, lavorati e trattati. Parlando di spugne marine, non esiste un solo modo di nominarle, e questo può creare confusione soprattutto tra chi si avvicina da poco all’acquariofilia. Nel linguaggio dei biologi marini, i sinonimi si trovano spesso nei testi tassonomici.
Molte specie di spugne sono state descritte più volte, in epoche diverse, con nomi differenti, poi unificati in seguito a revisioni. Così, una stessa spugna può avere una lunga lista di denominazioni storiche, usate da autori diversi. In acquariofilia la situazione è più fluida e meno accademica. Nei negozi specializzati o nei cataloghi online, può capitare di trovarle semplicemente con la dicitura “marine sponge”, senza ulteriori dettagli. Interessante notare come anche nel linguaggio comune, fuori dal settore, si usino termini come “spugna naturale” o “spugna da bagno”, legati proprio al commercio di alcune specie di Porifera prelevate e lavorate.
Le spugne marine appartengono al phylum Porifera e presentano una morfologia tanto semplice all’apparenza quanto sofisticata nella sua funzionalità. Non hanno organi, né un vero sistema nervoso, né apparati complessi. A differenza dei coralli o di altri invertebrati sessili, le spugne non possiedono veri tessuti, ma un insieme di cellule organizzate in maniera modulare. Coanociti: cellule flagellate che rivestono le camere interne. È proprio il sistema di pori e canali a rendere unica la morfologia delle spugne. Dal punto di vista scheletrico, le spugne si sorreggono grazie a spicole calcaree o silicee, oppure a fibre di spongina (una proteina simile al collagene). Queste strutture conferiscono consistenza e sono fondamentali per la classificazione tassonomica. In acquario, però, ciò che colpisce non è la microscopia ma la varietà di forme macroscopiche.
I colori, determinati da pigmenti o da simbionti batterici, spaziano dal bianco lattiginoso al giallo brillante, dal rosso vivo al blu elettrico. Un aspetto curioso è la loro capacità di crescere seguendo la forma dell’ambiente. Se si sviluppano sotto una roccia, assumono un profilo piatto e aderente; se trovano spazio libero in colonna d’acqua, invece, si espandono in ramificazioni sottili. Le spugne marine hanno uno stile di vita che sfugge alla logica comune di chi è abituato a pensare agli animali come entità dotate di movimento o di sensi. Sono organismi sessili, cioè ancorati in modo permanente a un substrato, incapaci di spostarsi una volta raggiunta la fase adulta.
Il loro metabolismo ruota intorno a un processo fondamentale: la filtrazione continua dell’acqua. Grazie ai coanociti, ogni spugna è in grado di pompare attraverso il proprio corpo quantità enormi di acqua, anche fino a venti volte il suo volume corporeo in un solo giorno. In questo flusso costante vengono catturate particelle organiche sospese, batteri, fitoplancton, microalghe e materia organica disciolta (DOM). La vita di una spugna non si limita però alla nutrizione. All’interno del loro mesohyl ospitano comunità microbiche incredibilmente ricche. Molte spugne vivono in simbiosi con cianobatteri o alghe unicellulari, che forniscono prodotti della fotosintesi in cambio di protezione.
Sessuale, con produzione di gameti e rilascio di larve planctoniche che, una volta trovata una superficie adatta, si fissano e si trasformano in nuove spugne. Asessuale, attraverso frammentazione o gemmazione. Un piccolo pezzo di spugna, se le condizioni lo permettono, può rigenerare un nuovo individuo. Le spugne rappresentano un tassello essenziale negli ecosistemi marini. Funzionano come biofiltri naturali, collegando la catena microbica con gli organismi più complessi. In una barriera corallina, ad esempio, contribuiscono a riciclare la materia organica disciolta, trasformandola in biomassa accessibile a predatori e detritivori. In acquario, il loro ruolo è analogo ma in scala ridotta: riducono i nutrienti in eccesso, stabilizzano la qualità dell’acqua e forniscono rifugio a microorganismi e piccoli crostacei.
Chi osserva attentamente la propria vasca noterà che le spugne tendono a comparire nelle zone in ombra, con flusso moderato. Spesso crescono sotto le rocce, nelle sump, dietro le pompe di movimento. Alcune specie si adattano a zone più illuminate, ma la maggior parte preferisce la penombra. È comune vederle svilupparsi lentamente, senza che l’acquariofilo abbia fatto nulla per introdurle. La loro resilienza dipende molto dalla stabilità della vasca: parametri ballerini, sovradosaggi di additivi o bruschi cambi d’acqua possono ridurne la popolazione in pochi giorni. In definitiva, la modalità di vita delle spugne è un equilibrio silenzioso tra filtrazione, simbiosi e adattamento all’ambiente circostante. In natura mantengono in piedi interi ecosistemi, in acquario sono indicatori di maturità e stabilità.
Le spugne marine colpiscono per la loro apparente semplicità, ma chi si ferma a un’osservazione superficiale perde metà della storia. All’inizio, spesso si manifestano come piccole macchie bianche o traslucide sotto le rocce vive. Molti principianti le scambiano per alghe calcaree morte o residui batterici. Le colorazioni vanno dal bianco candido al giallo acceso, dal rosso al blu intenso, fino a combinazioni bicolori. Le dimensioni variano da pochi millimetri a colonie che, in natura, possono raggiungere diversi metri di diametro. Un aspetto interessante è la loro capacità di mimetizzazione: molte spugne si insediano in zone poco illuminate e crescono lentamente, tanto da passare inosservate per mesi. Poi, in seguito a un piccolo cambiamento nei nutrienti o nell’alimentazione, possono espandersi rapidamente.
Dal punto di vista funzionale, la descrizione non può prescindere dal loro ruolo di biofiltri viventi. Ogni canale, ogni poro visibile o microscopico, partecipa a un flusso continuo di acqua che permette all’organismo di catturare particelle. In acquario, la loro presenza è spesso indice di maturità biologica. Non si sviluppano in vasche nuove o instabili, ma compaiono quando il sistema ha raggiunto un certo equilibrio microbico. Un altro dettaglio pratico che vale la pena menzionare è la loro collocazione preferenziale: le spugne amano gli anfratti poco accessibili, come i lati nascosti delle rocce o i tubi della sump. In sintesi, la descrizione delle spugne non si limita a “organismi sessili colorati”. Si tratta di architetture viventi, che modellano l’acquario dall’interno, silenziose ma essenziali.
Le spugne marine sono organismi cosmopoliti, diffuse praticamente in tutti i mari e oceani del pianeta. Dai tropici fino alle acque polari, dagli ambienti costieri poco profondi alle fosse oceaniche, esiste una specie di spugna adattata a ogni condizione. In natura si stima che esistano oltre 8.500 specie descritte, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. Di queste, circa la metà vive nelle barriere coralline tropicali, mentre il resto popola zone temperate e fredde. Nelle barriere coralline le spugne sono tra gli organismi dominanti. Si insediano su rocce calcaree, madrepore morte e substrati duri, creando veri e propri tappeti viventi. Sebbene meno appariscenti, le spugne delle acque temperate e fredde hanno un’importanza ecologica enorme. In questi mari formano habitat tridimensionali che offrono rifugio a pesci, crostacei e molluschi. In Norvegia, ad esempio, alcune spugne giganti creano veri e propri “giardini” sottomarini. Non bisogna pensare alle spugne solo come organismi di barriera. Sono state rinvenute colonie anche a profondità superiori ai 1.000 metri, in ambienti completamente bui. Qui vivono in condizioni estreme, filtrando lentissime correnti ricche di particelle organiche sedimentate.
Quando una spugna appare in vasca, quasi sempre proviene dalle rocce vive introdotte all’inizio dell’allestimento. Queste rocce portano con sé una microfauna varia: batteri, alghe, piccoli invertebrati e, appunto, spugne. Osservando la distribuzione delle spugne nel mondo, emerge un quadro chiaro: non c’è un unico habitat “tipico”. Sono organismi talmente antichi e adattabili da essersi diffusi ovunque, dalla barriera australiana alle scogliere del Mediterraneo, dalle mangrovie caraibiche fino agli abissi dell’Atlantico. Uno degli aspetti che meglio racconta la versatilità ecologica delle spugne marine è proprio la loro capacità di vivere in un ampio spettro di temperature. Nelle zone equatoriali e subtropicali prosperano a 24-29 °C; in Mediterraneo, Atlantico orientale e Pacifico temperato crescono tra 14 e 22 °C; in Antartide alcune colonie vivono a circa -1,5 °C, con crescita lenta e longeva.
Una nota finale riguarda la gestione pratica in acquario: salinità mediamente intorno 34-35 ppt, pH tra 8,0 e 8,4, ossigeno disciolto alto grazie a skimmer e pompaggio, e nutrienti tipicamente oligotrofi ma disponibili tramite plancton e materia organica. Le spugne sono stenaline, poco tolleranti a variazioni improvvise di salinità e pH; in ULNS, è necessario integrare fonti di nutrimento per filtratori. Le spugne amano zone in ombra e fessure dove l’acqua scorre moderatamente; si adattano a vasche mature ma sono sensibili a shock termici o di temperatura. In acquario, le spugne possono apparire spontaneamente, spesso provenienti da rocce vive introdotte, e fungono da biofiltri naturali, rifugiando microorganismi e piccoli crostacei.
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