
Cos’è e a cosa serve il test microbiologico parodontale? Questo strumento di diagnosi, messo a punto dai laboratori Biomolecular Diagnostic, è essenzialmente finalizzato a individuare la presenza dei principali agenti patogeni responsabili sia della parodontite che delle complicanze dell’implantologia dentale. Attraverso il nostro test, gli agenti patogeni vengono individuati sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo.
Il test microbiologico parodontale messo a punto presso i laboratori Biomolecular Diagnostic è condotto con la tecnica RealTime-PCR: la Polimerase Chain Reaction è una metodologia di amplificazione in vitro che permette la sintesi esponenziale di un frammento di DNA a partire da uno stampo di DNA o RNA. Proprio questa peculiarità rende il nostro test microbiologico parodontale estremamente specifico, oltre che rapido e molto sensibile e preciso in termini di risultati. Attraverso il test microbiologico parodontale i batteri che provocano l’infezione che porta a parodontite o perimplantite vengono identificati sia nella qualità che nella quantità.
L’utilità del nostro protocollo validato e standardizzato su migliaia di analisi è particolarmente evidente nel caso in cui il clinico desideri essere guidato in modo puntuale e preciso sia nella fase di diagnosi della malattia parodontale, che nella redazione di un piano di cura realmente personalizzato sulle esigenze uniche nel paziente, che nel controllo oggettivo dell’efficacia dell’intervento terapeutico e di eventuali protocolli di mantenimento. È evidente che un piano terapeutico parodontale biologicamente guidato e basato sull’individuazione precisa di quantità e qualità dei batteri presenti nella bocca del paziente permette di aumentare in modo sensibile le possibilità di guarigione. Contattateci subito per ricevere maggiori informazioni sul nostro test microbiologico parodontale.
L’impianto può fallire per via di un sovraccarico, di un trauma o di fattori occlusali (parafunzioni). Si può avere sovraccarico quando l’osso in cui si trova è di scarsa qualità o di quantità inadeguata, quando l’impianto si trova in una posizione tale per cui il carico è direzionato fuori asse con una conseguente squilibrata distribuzione delle forze occlusali sulla superficie implantare, quando il numero totale degli impianti è insufficiente rispetto alla superficie masticatoria offerta dalla sovrastruttura protesica, quando la sovrastruttura stessa non combacia perfettamente con gli impianti stessi. Questo tipo di problematiche portano a un quadro clinico caratterizzato da riassorbimento osseo periapicale senza che compaia infiammazione dei tessuti molli perimplantari. Da qui il nome di perimplantite retrograda che si differenzia nettamente dalla perimplantite infettiva perché è associata a una flora batterica intrasulculare più coerente con uno stato di salute gengivale (prevalentemente Streptococchi).
La perimplantite infettiva, invece, si può definire come una manifestazione della parodontite a livello degli impianti. Queste, infatti, sono due malattie legate dalle stesse caratteristiche cliniche e dallo stesso fattore eziologico: la placca batterica. La perimplantite infettiva e la parodontite hanno gli stessi fattori di rischio: scarsa igiene orale, fumo, malattie sistemiche (diabete non compensato, ipercolesterolemia), gravidanza, familiarità. Sull’impianto, infatti, non vi è cemento e quindi non ci sono nemmeno le inserzioni delle fibre collagene, le quali decorrono parallelamente e non perpendicolarmente all’impianto, per cui la sola barriera che previene la disseminazione batterica nel solco perimplantare è costituita dalle fibre circolari. I batteri trovano un percorso preferenziale che li conduce direttamente a contatto con la superficie implantare a ridosso della quale producono endotossine in grado di iniziare una risposta infiammatoria acuta che tende a progredire più apicalmente che nel parodonto naturale, coinvolgendo più rapidamente nellosso alveolare perimplantare. Questa minore resistenza del connettivo sopralveolare perimplantare all’incedere della distruzione tissutale è attribuibile anche al ridotto rapporto quantitativo fibroblasti/collagene e alla scarsa irrorazione di questo tessuto.
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Dopo la riabilitazione impianto-protesica, tutti i pazienti andranno inquadrati in un programma di mantenimento efficace, adeguatamente disegnato per le individuali necessità del paziente: la Terapia Parodontale di Supporto (TPS). Il BOP è definito come la presenza di sanguinamento notato dopo la penetrazione di una sonda parodontale con una pressione gentile (0,25 N) nel solco o nella tasca perimplantare. L’assenza di BOP assicura nel 100% dei casi la stabilità del dente, mentre il 30% dei denti con BOP positivo sono soggetti a perdita di supporto parodontale. La perdita di attacco va valutata sull’impianto misurando la distanza tra la punta della sonda e la spalla dell’impianto. Ad oggi non esiste nessuna evidenza scientifica che la procedura di sondaggio danneggi l’integrità dei tessuti molli intorno all’impianto, purche non sia effettuata con pressioni superiori a 0,25 N.
La radiografia convenzionale è molto utilizzata nella diagnosi di perimplantite per mezzo del parametro DIB (Distance Implant Bone Crest), ma bisogna tener presente che possono essere rilevati cambiamenti nella morfologia ossea a livello crestale solo se questi raggiungono dimensioni e forme significative. Sulla base della valutazione di questi parametri diagnostici fondamentali, Mombelli consiglia di procedere all’adozione del protocollo terapeutico CIST (Cumulative Interceptive Supportive Therapy) da lui elaborato nel 1999.
Impianti dentali con placca visibile o tartaro a ridosso dei tessuti perimplantari lievemente infiammati con BOP positivo, senza segni di suppurazione e con un PPD non superiore a 3 mm sono soggetti al protocollo A di detossificazione meccanica. Questa procedura prevede l’utilizzo di uno strumentario apposito costituito da curette in fibra di carbonio o in teflon per rimuovere il tartaro e di coppette o gommini con pasta lucidante scarsamente abrasiva per polishing. Quando invece il PPD è maggiore di 5 mm e il difetto inizia ad essere apprezzabile radiograficamente, i protocolli A e B vengono seguiti dal protocollo C di trattamento antibiotico necessario ad eliminare o almeno ridurre significativamente i patogeni Gram- che hanno colonizzato la tasca.
Il test enzimatico per impianto, effettuato presso i laboratori Biomolecular Diagnostic, va inquadrato in un contesto più ampio: si tratta di un test che permette di prevenire la parodontite e le sue pericolosissime conseguenze, fornendo una diagnosi precoce del danno tissutale. L’altissima sensibilità è rivolta all’enzima aMMP-8, presente in quantità elevate sin dai primi stati infiammatori di parodonto e tessuti molli e duri. Attraverso il test enzimatico per l’impianto sarà possibile diagnosticare la perimplantite o la parodontite addirittura con mesi di anticipo rispetto ai tradizionali metodi di diagnosi.
Il dosaggio della metalloproteinasi-8 attiva (aMMP-8) è un esame indolore che prevede la raccolta di fluido crevicolare parodontale o perimplantare tramite strip, inviando poi i campioni ai laboratori per la quantificazione tramite ELISA. La rilevazione di alti livelli di aMMP-8 permette di definire in modo precoce il danno tissutale a livello del cavo orale, consentendo al medico odontoiatra di intervenire tempestivamente. Questo test è particolarmente utile anche in donne in gravidanza, che sono più soggette alla parodontite da gestazione.
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In termini più prettamente tecnici, il test enzimatico per l’impianto è parte di una serie di strumenti diagnostici di ultima generazione finalizzati alla prevenzione della malattia parodontale e alla cura delle perimplantiti. Il test enzimatico è chiamato Dosaggio della metalloproteinasi-8 attiva (aMMP-8) e si realizza tramite strip, con successiva analisi in laboratorio per la quantificazione della forma attiva. La MMP-8 degrada il collagene presente nella matrice extracellulare dei tessuti parodontali; la sua attivazione è associata all’infiammazione e all’infezione batterica responsabile sia della perimplantite che della parodontite.
La ricerca che ha portato all’ideazione di questo nuovo test salivare è durata due anni ed è condotta dal Dipartimento di ricerca CIBIO dell’Università di Trento, coordinato da Cristano Tomasi dell’Università di Goteborg. Biofilms and Microbiomes, rivista di Nature, ha pubblicato i risultati, segnando un passo importante per gli sviluppi futuri della ricerca made in Italy.
Il test enzimatico per impianto si inserisce in un contesto di test diagnostici non traumatici e rapidi, pensati per la prevenzione della malattia parodontale e per la gestione delle perimplantiti. Grazie a una diagnosi precoce, è possibile impostare protocolli terapeutici più mirati e ridurre l’uso di antibiotici, concentrandosi sui microrganismi responsabili e implementando terapie più efficaci. Il nuovo test saliva è destinato a essere impiegato anche a distanza di un anno dal carico dell’impianto per definire una firma microbica riproducibile delle malattie perimplantari.
La testistica genetica completa integra inoltre l’approccio diagnostico: il test del DNA dei germi patogeni permette di caratterizzare qualitativamente e quantitativamente la popolazione batterica durante le diverse fasi della terapia, con prelievo rapido e indolore. Il test genetico fornisce anche informazioni sulla risposta immunitaria del paziente, segnalando una eventuale predisposizione ereditaria che può includere polimorfismi associati a gravi forme di parodontite e a una maggiore suscettibilità alle peri-implantiti. L’identificazione dei geni che controllano o modificano aspetti della risposta immunitaria può fornire un metodo di individuazione dei pazienti con rischio elevato di peri-implantite. Studi indicano che elevati livelli di citochine IL-1 nel fluido crevicolare attorno a impianti con infezione giocano un ruolo significativo nella patogenesi e nella severità della peri-implantite.
Questo insieme di strumenti diagnostici - test microbiologico, test enzimatico e test genetico - fornisce al clinico una cornice completa per personalizzare la terapia, monitorare l’evoluzione della patologia e definire strategie di mantenimento efficaci nel lungo periodo. Desiderate ricevere maggiori informazioni in merito ai nostri test diagnostici per implantologia e parodontologia? Contattate subito i laboratori Biomolecular Diagnostic.
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La perimplantite è il nemico numero uno degli impianti. La malattia, multifattoriale, come è noto, può mettere a rischio la sopravvivenza di un impianto e compromettere la terapia implanto-protesica. Per questa ragione va contrastata con ogni mezzo. L’idea è di decifrare DNA e enzimi associati alla mucosite e alla peri-implantite per intervenire precocemente e ridurre le possibilità di progressione.
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