
“Un ragazzetto grasso e incasinato che ha bisogno di aiuto”: così Zadie Smith descrisse a posteriori, con il linguaggio ironico, tagliente e senza scrupoli che la caratterizza tutt’oggi, il suo primissimo romanzo, Denti Bianchi. L’avvio fulminante della carriera di una scrittrice celebrata oggi in tutto il mondo non è privo, agli occhi della sua creatrice, di difetti strutturali espliciti: “100 pagine troppo lungo… un epilogo disastroso, trascinato nella parte finale come in tutte le code inutili… necessita di una bella sistemata”.
Certe debolezze della trama, i disequilibri che l’autrice stessa ha riconosciuto, si spiegano d’altronde investigando l’origine di Denti bianchi, al centro di un’asta al rialzo tra case editrici per accaparrarsi i diritti di un’opera ancora non scritta ma destinata al successo: pare ammontasse a più di 250mila euro l’assegno offerto a Zadie Smith per concludere e consegnare il manoscritto sulla base di appena 80 pagine di estratto della storia. «Avevo scritto quello che doveva essere un racconto breve, che in realtà erano i primi due capitoli. Ho ricevuto una lettera da un editore che aveva letto un mio racconto in una raccolta di narrativa breve di Oxbridge… Mi disse: “Hai qualcosa di più lungo?” e gli mandai quello che avevo di questa storia lunga, e così tutto ebbe inizio… E la cosa spaventosa fu poi sentirmi dire che dovevo finirlo e scrivere questo romanzo.»
In quelle prime pagine fortunate e cristalline, che presero poi forma e contenuto nel successo mondiale di White Teeth (oltre 2 milioni di copie vendute, traduzioni in più di 30 lingue) e consentirono (sic!) a Smith di comprare casa, ci sono già tutti i segni distintivi di una scrittrice pienamente matura al suo esordio, a 23 anni.
L’ambientazione certamente, quella Londra variopinta crocevia di mille culture e tradizioni così vividamente pitturata dal pennello virtuoso di Smith in questo e negli altri suoi libri, circoscritti sì geograficamente nello spicchio di Willesden e dintorni (la zona “NW” che non a caso denomina una delle sue opere) ma capaci di raccontare la complessità di tutto il mondo restando a spasso in un solo quartiere. La voce dell’autrice è un’altra solidissima e coerente colonna: un tono capace di ondulare tra lo slang della strada e profonde riflessioni, concreto e saldo all’occorrenza, sporco di sangue e di vita, e poi etereo, delicato, arguto e mai banale.
Ci sono pensieri capaci di distillare in poche parole la stessa profondità di lunghissimi saggi sociologici, aforismi ironici destinati a durare e trascrizioni fedeli delle chiacchiere da pub o delle drammatiche litigate degli adolescenti finite in un abbraccio o una sigaretta. Il realismo isterico dell'esordio di Zadie Smith ci travolge come un'onda: enormi digressioni, flussi di coscienza e personaggi sui generis.
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Tutto ha inizio nei campi di battaglia francesi, nel 1945, dove Samad e Archie condividono l’esperienza bellica e un segreto che sarà svelato solo nell’ultimissima pagina del romanzo, mentre la loro amicizia si fortifica negli anni seguenti coinvolgendo i loro stessi discendenti in un incastro divertente anche se sgangherato. L’amicizia tra Alfred Archibald (Archie) e Samad Miah Iqbal dura dal 1945, anno in cui si trovavano entrambi sullo stesso carro armato Churchill durante il conflitto tra Inghilterra e Germania. Nel 1973, dopo trent’anni di lontananza, condividono lo stesso quartiere di Londra.
Tre nuclei familiari a rappresentare identità ben precise e caratterizzanti del Regno Unito di oggi: Samad e Alsana Iqbal, bengalesi di fede musulmana e genitori dei gemelli Millat e Magid; Archie Jones, middle class man sposato con Clara Bowden, di origine giamaicana e più giovane di lui di 20 anni, e la loro figlia Irie; infine i Chalfen, Marcus, Joyce e Joshua, bianchi, borghesi e intellettuali snob. Famiglia per metà giamaicana e testimone di Geova quella del primo e interamente bengalese e mussulmana quella del secondo. “Interamente” si fa presto a dirlo dal momento che uno dei gemelli di Samad, Millat, preferisce farsi chiamare Mark Smith e ascoltare Michael Jackson e Bruce Springsteen.
A questo quadro culturale e religioso già colorito si aggiunge la famiglia Chalfen, londinesi da diverse generazioni che si comportano come il tipico colonizzatore europeo: devono educare il “selvaggio”. La famiglia Chalfen irrompe nella narrazione rivestendo un ruolo chiave nello sviluppo della storia: Marcus studia da anni sul Topo del Futuro, animaletto che sarà l’origine di ogni cura possibile, base per la clonazione umana e che diventa simbolo della ribellione del figlio e spauracchio di tutta una generazione di moralisti e ambientalisti.
I due patriarchi condividono non solo il loro rifugio, la Sala da biliardo del bar O’ Connell, ma anche le preoccupazioni verso il futuro dei figli. Più cercano di indirizzarli verso le loro origini, più essi le rinnegano. Il cambio di nome di Millat, il preferire l’Inghilterra al Bangladesh di Magid e il baratto della chioma afro di Irie per una rossa e liscia sono solo i segni più visibili. Archie e Samad, nella loro diversità, ci danno la cifra stilistica di Zadie Smith: una montagna russa tra ironia e dramma.
Archie non è in grado di prendere decisioni e porta sempre con se una monetina. La sua vita è costantemente in bilico tra una testa e una croce. Samad è un bengalese perennemente in conflitto tra i suoi impulsi sessuali e i divieti della sua religione. Al primo sono da collegare i momenti più esilaranti del romanzo, al secondo quelli più drammatici. Più volte si arriva alla soglia di un omicidio, un suicidio o un attentato, eppure il lettore ne esce sempre con un sorriso.
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Denti bianchi è un romanzo mondo, pieno di ironia ed acume, il quale pone al centro della narrazione la Londra multiculturale della fine del secolo scorso. É un melting-pot di storie di origini e dei comportamenti più diversi che in fondo non sono altro che reazioni a quelle stesse origini. Il romanzo vive della dialettica di opposti spesso rappresentati da coppie di personaggi, altre volte dal confronto del personaggio con se stesso: immigrazione di prima e seconda generazione a confronto, fede contro progresso scientifico, castità contro pulsione sessuale, impegno sociale contro rassegnazione, isolamento contro integrazione, idealismo contro pragmatismo.
Ma cosa c’entrano i Denti? I denti si prestano benissimo come analogia per tanti messaggi che vuole lasciare al lettore Zadie Smith. Io ne ho trovati alcuni, ma ogni lettore ne troverà di diversi:
La Smith fa riferimento molto spesso a quello scrittore britannico che più britannico non si può, che è Shakespeare. Tanti sono i riferimenti, soprattutto ad Amleto, perché in fondo, per quanto diversi per colore, fede, ideali, tutti noi siamo pazzi “costretti” a vivere in questo «guscio di noce» che è l’universo, intenti ogni giorno a lanciare in aria monete che decidano il nostro destino. C’è una scena del libro in cui Archie tira proprio una moneta per prendere una decisione e questa moneta, dopo una parabola improbabile, finisce nella fessura di un flipper, iniziando una partita esplosiva e fallimentare, senza dare risposte. Forse ogni domanda esistenziale che ci facciamo è proprio come la moneta nel flipper…
Se l’architettura del romanzo è traballante, su ammissione della stessa autrice, devono essere allora altri i puntelli che tengono in piedi la torre: la vividezza dei personaggi, l’ironia, la capacità di rappresentare una periferia come luogo di continui interscambi culturali. Il romanzo ha una perfetta struttura a scatole cinesi: nel perimetro dell'affresco sociale l'autrice ha inserito le storie delle famiglie, dentro le storie delle famiglie ha costruito il percorso dell'individuo.
Alcune recensioni segnalano però che la struttura narrativa è inutilmente complicata e appesantisce la lettura: la mia recensione di Denti bianchi parla di una struttura che a tratti rende la lettura poco scorrevole e in cui spesso ci si perde. Il finale, secondo più commentatori, risulta un po’ troppo frettoloso e avrebbero giovato alcuni capitoli in più per approfondire l’epilogo di alcune situazioni. Eppure, per altri lettori, la lettura di queste 552 pagine è puro godimento: Zadie Smith ha la capacità di raggiungere picchi di tensione emotiva per poi smorzarli, in maniera estremamente ironica, con un’immagine quasi cinematografica per la vividezza di suoni ed espressioni.
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Un quarto di secolo è passato e altri cinque romanzi di successo sono stati realizzati da Smith, e Denti bianchi resiste ancora in tutta la sua bellezza, strabordante di colore, forza e talento, al punto da essere stato incluso dal “New York Times” (alla 31ma posizione) nella lista dei 100 migliori libri del secolo. Dovreste leggere Zadie Smith perché si viene conquistati dal suo narrato cangiante, dai dialoghi tragicomici e dal vocabolario fertile di culture e suggestioni.
Leggere Denti bianchi ora, dopo eventi come l’11 settembre, la presidenza Trump, la Brexit e la pandemia, è curioso: in questa storia, che va dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni Novanta, si sentono tutte le tensioni che hanno portato alla Storia nostra contemporanea. Un affresco di ampio respiro, che a tratti ricorda Salman Rushdie per la capacità di analisi del tratto identitario, seppur con più leggerezza.
| Titolo | Autore | Editore (IT) | Pagine | Prima edizione originale |
|---|---|---|---|---|
| Denti bianchi | Zadie Smith | Mondadori (trad. Laura Grimaldi) | 552 | 2000 |
Zadie Smith è nata a Londra nel 1975 da padre inglese e madre giamaicana. Si è laureata alla Cambridge University. A soli 23 anni ha scritto White Teeth, il suo primo romanzo, pubblicato in Inghilterra nel 2000 e divenuto uno straordinario caso letterario. È stata inserita tra i venti migliori giovani romanzieri britannici secondo la rivista «Granta»; è professoressa di Narrativa alla New York University e membro dell’American Academy of Arts and Letters.
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