Espansore mammario in alta quota: effetti della pressione atmosferica

La montagna è una delle mete più ambite per le vacanze. Il verde rilassante, le passeggiate ed i paesaggi rigenerano la mente e il corpo.

Occorre però prestare attenzione non solo alla altitudine, ma anche alla velocità con cui si raggiunge una determinata altezza e alla permanenza a quella altezza. Se non si è in condizioni fisiche ottimali, oppure nelle persone anziane, si possono notare per i primi giorni cambiamenti importanti come insonnia, aumento della pressione arteriosa, qualche aritmia, il battito cardiaco accelerato, il fiato più corto e pesante ed in alcuni casi, cefalea.

Come cambia la pressione atmosferica con l'altitudine

Con l’aumentare della quota, la diminuita concentrazione di ossigeno nell’aria si traduce in un forte stimolo sul sistema nervoso simpatico ed un aumentato rilascio di noradrenalina a livello delle arteriole, i piccoli vasi arteriosi che regolano i valori pressori. A livello del mare la pressione barometrica equivale a 760 mmHg e l’ossigeno, occupandone circa il 21% (20,93%), esercita una pressione di 159,2 mmHg (PO2 = P atmosferica x %O2 = 760 x 20,93%).

A 3000 metri di quota la pressione barometrica risulta essere di 526,3 mmHg e di conseguenza la pressione parziale di ossigeno - il quale occupa sempre il 21% del totale - è di 110,2 mmHg. A 5000 metri i valori di pressione atmosferica e di pressione parziale di ossigeno, sono rispettivamente: 405 e 84,9 mmHg. In vetta al Monte Everest la pressione atmosferica è di 236,3 mmHg con una pressione parziale di ossigeno pari a 49,5 mmHg.

grafico pressione atmosferica vs altitudine

Quando iniziano i primi effetti e perché

La montagna può determinare qualche sintomo già dai 1.300 metri, in quanto si riduce la pressione barometrica e diminuisce la pressione di ossigeno nell’aria. Si riducono inoltre, l’umidità e la temperatura. La sofferenza dei tessuti poco ossigenati, dovuta all’anossia anossica, inizia approssimativamente alla quota di 3000 metri, quota alla quale però l’organismo umano comincia ad estrinsecare - per difendersi dagli effetti atossici - alcune reazioni compensatorie aventi lo scopo di aumentare la già diminuita pressione parziale dell’ossigeno e migliorare le proprie condizioni di ossigenazione.

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Osservando la “curva di dissociazione del sangue per l’O2” possiamo notare che fino ad un valore di PO2 alveolare di 60 mmHg la saturazione dell’emoglobina non diminuisce in maniera notevole; invece dal valore di PO2 = 60 mmHg in giù la saturazione dell’Hb con l’O2 diminuisce in maniera sempre più considerevole. La PO2 = 60 mmHg si ha quando l’organismo trovasi generalmente ad un quota di circa 3000 metri, e cioè quando si è sottoposti ad una pressione barometrica equivalente a circa 500 mmHg.

Risposte fisiologiche rapide: aggiustamenti

Esporsi rapidamente a quote superiori a 2000 metri, induce l’organismo a rapide modificazioni funzionali, allo scopo di fronteggiare l’ipossia tessutale: l’aumento della ventilazione - incremento della frequenza respiratoria e della profondità del respiro - e le modifiche al circolo polmonare - vasocostrizione polmonare ipossica - si accompagnano ad incremento della gittata cardiaca consequenziale all’aumentata frequenza cardiaca. L’aumento della ventilazione polmonare con la conseguente aumentata eliminazione di CO2 provoca una diminuzione del PCO2 alveolare, cui consegue a sua volta un aumento del PO2 alveolare e quindi del PO2 nel sangue.

Le più importanti variazioni fisiologiche al riguardo concernono la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa e venosa, la portata cardiaca nonché il tono ed il calibro dei vasi sanguigni. Aumenta innanzitutto la frequenza cardiaca, che da 70-80 pulsazioni al minuto può raggiungere le 100-120 e più pulsazioni. Durante l’esposizione alle alte quote aumenta anche la pressione arteriosa, soprattutto la massima (mentre la minima presenta in genere scarse variazioni).

Adattamenti a lungo termine

A differenza degli aggiustamenti - caratterizzati soprattutto da modifiche funzionali - gli adattamenti, oltre a richiedere tempi maggiori per la loro realizzazione, si focalizzano sia su modifiche strutturali oltre che funzionali. L’ipossia tessutale stimola la produzione di globuli rossi, mediante aumento del rilascio di eritropoietina da parte del rene. L’aumento della sintesi di eritropoietina avviene entro circa 15 ore dall’esposizione all’ipossia, ma occorrono almeno due settimane perché si possa notare un incremento della produzione di emazie.

Lo stimolo adattativo è dato dall’entità dell’ipossia - quindi dalla quota stessa - nonché dalla durata di permanenza in quota: gli adattamenti “guadagnati” ad una determinata quota, sono necessari per permettere ulteriori aggiustamenti ed adattamenti a quote superiori.

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schema adattamenti fisiologici all'alta quota

Rischi e malattie da alta quota

Ciò nonostante, l’assenza di acclimatamento e la presenza di alcuni fattori di rischio, possono favorire l’insorgenza di malattia acuta di montagna (AMS, acute mountain sickness) e/o una delle sue due temibili complicanze, l’edema polmonare d’alta quota (HAPE, high altitude pulmonary edema) e l’edema cerebrale d’alta quota (HACE, high altitude cerebral edema). Tra gli elementi importanti identificati quali fattori di rischio per lo sviluppo del male acuto di montagna, vi sono l’elevata velocità di ascesa nel periodo di acclimatazione, anamnesi positiva per AMS, HAPE o HACE, anamnesi positiva per emicrania, obesità e - nello specifico dell’HAPE - la persistenza del forame ovale.

Le principali patologie da ipossia che possono colpire chi si reca in alta quota sono il Male di Montagna Acuto o Acute Mountain Sickness (AMS), l’Edema Cerebrale d’Alta Quota o High Altitude Cerebral Edema (HACE) e l’Edema Polmonare d’Alta Quota o High Altitude Pulmonary Edema (HAPE). Esso si può presentare sopra i 2500 metri (ma può sopraggiungere anche a ridosso dei 2000 metri di altitudine), in soggetti non acclimatati, che hanno raggiunto la quota troppo rapidamente.

Un’evoluzione sfavorevole del mal di montagna acuto è l’edema cerebrale d’alta quota (HACE); esso, però, potendosi sviluppare anche in assenza di AMS, è considerato un’entità patologica a sé stante. La comparsa di alterata funzione neurologica sino alla condizione di stupor e di coma, in un soggetto che si è esposto acutamente all’alta quota, sono segni indicatori di possibile edema cerebrale. L’HACE è una condizione potenzialmente fatale, per tanto è fondamentale saper riconoscere i primi segni e sintomi di tale condizione, nonché adottare rapidamente le modalità comportamentali e terapeutiche adatte alla situazione.

Anche l’edema polmonare d’alta quota può essere un’evoluzione sfavorevole del mal di montagna acuto, oppure una entità patologica a sé stante. I sintomi sono a carico del sistema respiratorio. Nelle fasi avanzate possono sopraggiungere segni neurologici e coma. Anche l’HAPE è potenzialmente fatale e, pertanto, anch’esso deve essere individuato precocemente e correttamente trattato in tempi brevi.

immagine sintomi HAPE e HACE

Protesi mammarie, espansori e volo o soggiorno in quota: cosa sapere

Anche se oggi di chirurgia estetica si parla fin troppo, ci sono ancora persone che nutrono timori infondati su alcune procedure e interventi, fra cui anche l’aumento del seno. Spesso è successo che, per il desiderio di sorprendere e interessare i lettori, i giornali ed il web abbiano diffuso notizie prive di un pur minimo fondamento scientifico, una delle più inverosimili è la possibilità che una protesi mammaria possa “esplodere” durante un volo aereo.

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Cosa risponderei ad una paziente che mi chiede rassicurazioni in merito? Penso che la inviterei a fare da sola una riflessione, usando il buon senso anziché lasciarsi suggestionare: su un aereo di linea, grazie alla pressurizzazione, la pressione è sempre sotto controllo e paragonabile a un’altitudine di circa 1.500 metri, con lievi e graduali oscillazioni quando l’aereo cambia quota. Di solito non ci accorgiamo neppure di questi piccoli cambiamenti, se non talvolta per un lieve fastidio alle orecchie, figuriamoci come potrebbero danneggiare le protesi in silicone, create per resistere ad ogni tipo di sollecitazione e perfino allo schiacciamento!

Bisogna considerare anche che le protesi in silicone, che spesso provengono dall’estero, viaggiano nella stiva, non pressurizzata, senza che ciò influenzi minimamente la loro integrità: la pressione infatti, che diminuisce via via che l’aereo sale in quota, non ha alcun effetto negativo sugli impianti mammari e sul gel di silicone in essi contenuto.

È importante sapere che le protesi di ultima generazione e della migliore qualità, prima di poter essere approvate e immesse in commercio, subiscono in quanto presidi medici numerosi test, alcuni in vasca iperbarica, per verificare la loro resistenza all’usura, allo stress meccanico, a fortissime variazioni di pressione e impatti molto violenti, che nella realtà non potrebbero verificarsi neppure se la paziente con protesi subisse incidenti o cadute gravi.

Le donne devono essere correttamente informate, non avere timore in nessuna situazione e affrontare con serenità anche la mammografia, che genera una pressione di appena 2 chili e non può in nessun caso provocare la rottura o il danneggiamento degli impianti mammari. La rottura, del resto è un evento estremamente raro, anche nel lungo termine, e oggi meno temibile di quanto potesse essere in passato, perché il gel contenuto all’interno del robustissimo involucro multistrato possiede speciali caratteristiche di coesività, che fanno sì che resti nella sua sede, senza disperdersi nell’organismo, anche in caso di danni accidentali.

video spiegazione sicurezza protesi e volo

Espansori mammari e permanenza in quota: considerazioni pratiche

Affrontare un ambiente ostile quale è quello ipossico/ipobarico dell’alta quota, richiede obbligatoriamente la conoscenza sia dei meccanismi coinvolti nei processi di acclimatamento, nonché delle caratteristiche individuali che possono favorire o meno l’acclimatamento stesso. Poter riconoscere le caratteristiche individuali, permetterà di impostare al meglio la preparazione e la fase di acclimatazione, con idonei profili di ascesa e approcci altimetrici consoni, nonché - nei casi indicati - suggerire un’eventuale profilassi farmacologica e uno stretto controllo dei parametri relativi al trasporto di ossigeno.

Tra i vari parametri fisiologici, la saturazione di ossigeno e le risposte ventilatoria e cardiaca all’ipossia, rivestono un ruolo di fondamentale importanza per la determinazione del fattore di rischio in ambiente ipossico. Pertanto, rispetto a espansori mammari o protesi, la preoccupazione principale non è la pressione esterna in sé, quanto il possibile peggioramento di condizioni cliniche preesistenti (cardiopatie, patologie respiratorie) che possono rendere l’esposizione all’alta quota meno sicura.

Normalmente, l’organismo si adatta a funzionare nel nuovo ambiente, ma per le persone di una certa età o che presentano problemi di salute come, cardiopatie o patologie respiratorie pre-esistenti è necessaria una maggiore cautela. Una persona anziana che presenta problemi cardiovascolari, ad una certa altezza potrà avere la necessità di qualche giorno di adattamento. In particolare, gli ipertesi con insufficiente controllo della pressione arteriosa, potranno sperimentare un ulteriore aumento dei valori di pressione in quota.

Consigli pratici

  • Valutare prima della partenza lo stato di salute, soprattutto in presenza di malattie cardiovascolari o respiratorie.
  • Salire gradualmente e prevedere giorni di acclimatazione prima di raggiungere quote elevate.
  • Monitorare la saturazione di ossigeno e i sintomi di AMS, HAPE o HACE durante la permanenza in quota.
  • Non attribuire la comparsa di sintomi a presunti danni agli impianti mammari senza valutazione medica: spesso si tratta di normali reazioni fisiologiche all’altitudine.
  • Considerare, se indicato dal medico, una profilassi farmacologica o un controllo specialistico pre-partenza.
Quota (m) Pressione barometrica (mmHg) PO2 (mmHg) Effetti principali
0 (mare) 760 159,2 Condizioni normali
1500 (equivalente cabina aereo) ~ ~ Piccole oscillazioni, solitamente asintomatiche
3000 526,3 110,2 Inizio di adattamenti ventilatori; PO2 alveolare ~60 mmHg
5000 405 84,9 Aumento della frequenza cardiaca e pressione sistolica
4807 (Monte Bianco) ~ ~ (PO2 dimezzata rispetto al mare) Ridotta PO2, maggiore stimolo simpatico
8848 (Everest) 236,3 49,5 IPOSSIA severa, adattamenti estremi necessari

In conclusione, la preoccupazione principale delle pazienti con espansori mammari o protesi che si recano in alta quota non dovrebbe essere la rottura dell’impianto a causa della pressione atmosferica: le protesi moderne sono testate per resistere a forti variazioni di pressione e gli impianti sopportano anche viaggi in stiva non pressurizzata senza problemi. È invece fondamentale considerare gli effetti sistemici dell’ipossia e dell’ipobaria sull’organismo, in particolare in presenza di patologie cardiache o respiratorie, e pianificare l’ascesa e l’acclimatazione in modo prudente.

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