Malocclusione dentaria e autofonia: correlazioni, segni clinici e approccio terapeutico

L’acufene è un disturbo molto diffuso, percepito come ronzii, fischi o vibrazioni nell’orecchio pur in assenza di rumori esterni. L’acufene non è una malattia, ma un segnale che qualcosa nel sistema uditivo o nei distretti vicini non funziona correttamente. In molte situazioni, infatti, questo fastidioso sintomo può dipendere da alterazioni dell’articolazione temporo-mandibolare (ATM), bruxismo o disallineamenti dentali.

Il collegamento tra dentatura e acufene può apparire strano ma non lo è affatto. Il nodo centrale è nell’articolazione temporo mandibolare. L’ATM è l’articolazione che collega la mandibola al cranio e permette i movimenti della bocca, come la masticazione e la fonazione. L’apparato masticatorio è strettamente connesso alla zona dell’orecchio attraverso muscoli, nervi e strutture ossee. Questo accade perché l’ATM è vicina all’orecchio interno e condivide connessioni nervose e muscolari con il sistema uditivo.

Come la malocclusione può influenzare l’orecchio

La malocclusione dentale è un disallineamento tra le arcate dentali che può influenzare negativamente la postura della mandibola e la funzione dell’ATM. La malocclusione, a sua volta, può essere dovuta ad una particolare conformazione delle ossa, a una dentatura storta e disallineata, alla mancanza di denti. Una chiusura scorretta delle arcate può alterare la postura della mandibola e sovraccaricare l’ATM. Riallineando pertanto masticazione e postura, il sistema uditivo risponderà con una diminuzione della necessità di segnalare una disfunzione.

Dal punto di vista anatomico, in condizioni fisiologiche, i condili di entrambi i lati, pur tollerando un certo range posizionale, sono in rapporto con la parete antero-superiore della cavità glenoide e con il tubercolo articolare anteriore; fra le superfici articolari è interposto un menisco con due cavità sinoviali, superiore e inferiore. Tali superfici sono in intimo rapporto con l’orecchio. Le articolazioni temporo-mandibolari sono le giunzioni tra le ossa temporali del cranio e l’osso mascellare inferiore. In un soggetto sano i condili mandibolari si collocano al centro della cavità glenoide dell’osso temporale che li accoglie, in rapporto prevalente con la parete antero superiore. Fra le superfici articolari è interposto un disco detto menisco. Condilo e menisco dovrebbero muoversi in sinergia durante l’apertura della bocca.

schema anatomico ATM e relazione con orecchio

Il meccanismo patogenetico risiede nel fatto che una malocclusione con dislocazione mandibolare (morso profondo, laterodeviato, retruso) può indurre una disfunzione dell’articolazione temporo-mandibolare (ATM) e un conflitto fra il condilo mandibolare, la tuba e il condotto uditivo esterno (CUE). In questo caso, assai comune, ogni qualvolta l’individuo deglutisce (e ciò avviene circa duemila volte al giorno a prescindere dalla volontà e dallo stato di sonno o veglia), ma ancor più spesso in presenza di bruxismo o serramento, i condili percuotono il condotto uditivo esterno con più o meno intensità, come può essere facilmente riscontrato con la palpazione endo-auricolare.

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Tale stimolo nocivo, che nei casi lievi si manifesta con il prurito e con un’abbondante secrezione ceruminosa spesso trascurati nel loro valore semeiologico, ma che può complicarsi con eczemi e infezioni, si ripercuote anche sull’orecchio medio, a causa del conflitto che il condilo dislocato può instaurare con la tuba di Eustachio. A causa della contiguità tra l'articolazione temporo-mandibolare e l'orecchio, qualunque processo patologico che interessa l'articolazione può estendersi anche all'apparato uditivo provocando dolore all'orecchio (otalgia), acufeni, sordità e deficit dell'equilibrio. Gli agenti eziologici dell’otite media acuta (OMA) sono ben noti, ma alcune correlazioni anatomo-fisio-patologiche ed embriogenetiche evidenziano che la malocclusione dentaria può intervenire anche nella patogenesi delle otiti medie ed esterne, in particolare nelle forme ricorrenti.

Segni clinici e sintomi associati

I pazienti che presentano acufeni legati all’ATM, oltre a sintomi locali che riguardano strettamente l’articolazione, possono riferire una vasta gamma di sintomi. Si presentano improvvisamente, in una o in entrambe le orecchie, con un ronzio fastidioso, simile ad un fischio, ad un fruscio o ad un crepitio costante. Alle manifestazioni uditive si possono associare mal di testa, instabilità, sensazione di orecchio tappato o senso di ovattamento. Possono inoltre comparire asimmetrie facciali, denti che si inclinano, masticazione parziale da un lato della bocca, contratture ai muscoli masticatori, dolori facciali, dolori cervicali e altri sintomi non strettamente uditivi.

Una caratteristica importante dell’acufene è quella di non riconoscere una causa univoca. Anche perché nella maggior parte dei casi l’acufene è il risultato di più concause che, agendo simultaneamente, provocano una sorta di scompenso degli equilibri fisiologici a carico dell’orecchio. Tuttavia, gli studi indicano che esiste un acufene somatosensoriale correlato a un problema occlusale. Prima di tutto ascoltando il racconto del paziente e relazionandolo ad alcuni segni clinici evidenti, l’audiologo può indagare la presenza di modulazione dell’acufene in risposta a specifiche manovre, compiendo quella che viene definita valutazione somatica dell’acufene.

Iter diagnostico: cosa indagare

Quando non si individuano cause otorinolaringoiatriche, l’origine dentale dell’acufene può essere la chiave per risolvere il problema. Da un secolo gli scienziati osservano empiricamente una relazione tra l’acufene e alcune problematiche temporo-mandibolari, che li hanno spinti a sviluppare un intero filone di ricerca sull’argomento, fino ai giorni nostri. Gli ambiti di indagine sono però molto complessi, perchè sia l’acufene che i disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare possono essere cronici oppure episodici, patologici oppure disfunzionali, causati da un evento preciso oppure dalla somma di tanti piccoli acciacchi avvertiti nel tempo.

Ci sono quindi alcuni passaggi diagnostici chiave: anamnesi approfondita, esame clinico dell’ATM e della dinamica masticatoria, valutazione della presenza di bruxismo e serramento, palpazione endo-auricolare per verificare eventuali conflitti articolari, valutazione audiologica con test dell’udito e prova di modulazione dell’acufene mediante manovre mandibolari. Dopo la visita del paziente con una anamnesi prossima e remota si prescrive una risonanza magnetica dell’articolazione temporo mandibolare quando sono sospette patologie articolari o fenomeni artrosici che andrebbero opportunamente verificati con esami specialistici di imaging.

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valutazione clinica ATM e modulazione dell'acufene

Approcci terapeutici: multidisciplinarità e misure personalizzate

L’odontoiatria può essere determinante nel trattamento dell’acufene quando il problema è legato a disturbi mandibolari o dentali. L’acquisizione di conoscenze sempre più approfondite dei meccanismi fisiopatologici, insieme alla ricerca di iter diagnostici e terapeutici sempre più misurati sul paziente, stanno dirigendo la pratica clinica verso approcci multidisciplinari. Lo gnatologo si occupa di diagnosticare e trattare le problematiche relative al sistema masticatorio e al sistema temporomandibolare. Il fisioterapista, specializzato in trattamenti posturali, ha il compito di alleviare le tensioni muscolari e articolari che potrebbero derivare da una malocclusione non trattata.

La terapia non chirurgica, spesso in sinergia con l'approccio chirurgico, agisce tramite diverse modalità, sia manuali sia protesiche, che hanno lo scopo di riabilitare l'articolazione e promuovere il raggiungimento di un equilibrio ottimale fra efficienza della masticazione e salute dentale. La soluzione più frequente è un semplice bite notturno. Bite o placca di svincolo toglie le interferenze occlusali che possono condizionare il movimento mandibolare. Serve a deprogrammare la mandibola e viene fabbricato con una superficie liscia per non creare interferenze con l’arcata antagonista. Bite o placca di riposizionamento riposiziona la mandibola in una posizione ben definita e corretta; per fabbricarlo è indispensabile il morso di costruzione che stabilisce appunto la posizione terapeutica. Bite o placca di stabilizzazione consolida la posizione acquisita con l’utilizzo di altri bite, protesi o trattamento ortodontico.

In alcuni casi, il dentista può collaborare con un fisioterapista specializzato in disturbi cranio-mandibolari per migliorare la mobilità dell’ATM e ridurre la tensione muscolare. In alcuni casi, è utile affiancare la terapia odontoiatrica a esercizi mirati per rilassare la muscolatura orofacciale. Per la valutazione del ruolo patogenetico della malocclusione nella sindrome da apnea ostruttiva nel sonno (OSAS) sono stati pubblicati lavori specifici che sottolineano l’importanza di un approccio integrato tra specialità.

Gli approcci terapeutici alla sindrome temporo-mandibolare possono essere di tipo chirurgico e non chirurgico. La terapia chirurgica ha lo scopo di ridurre il carico articolare, preservare la mobilità dell'articolazione e la cartilagine, promuovere un corretto allineamento dei denti. Nei casi in cui l’occlusione mandibolare sia trattabile odontoiatricamente, si procede all’applicazione di un dispositivo intraorale, un bite gnatologico, specifico per le problematiche del paziente. Nel caso in cui invece l’occlusione sia dento-scheletrica è invece necessario intervenire chirurgicamente con un’operazione di chirurgia ortognatica. Questo tipo di intervento consiste in un avanzamento del mascellare superiore e della mandibola di circa 10 mm. L’intervento prevede la mobilizzazione mediante osteotomie standard del mascellare e/o della mandibola con successivo riposizionamento secondo un corretto rapporto occlusale ed estetico.

Percorsi diagnostico-terapeutici pratici

  1. Accertamento iniziale: raccolta anamnestica dettagliata e valutazione dei sintomi (acufene, vertigini, senso di ovattamento, dolore facciale, mal di testa).
  2. Esami di primo livello: test dell’udito, valutazione audiologica e prova di modulazione dell’acufene con manovre mandibolari.
  3. Valutazione odontoiatrica/gnatologica: esame dell’occlusione, ricerca di malocclusione, bruxismo, serramento e asimmetrie.
  4. Imaging specialistico: risonanza magnetica dell’ATM quando indicata per valutare disco articolare, stato retroarticolare e fenomeni artrosici.
  5. Trattamento conservativo: bite gnatologico, fisioterapia, esercizi miofunzionali, approccio osteopatico, terapia farmacologica quando necessaria.
  6. Intervento chirurgico: chirurgia ortognatica o interventi mirati dell’ATM nei casi non rispondenti alla terapia conservativa.
  7. Follow-up multidisciplinare: monitoraggio dei sintomi e personalizzazione delle terapie in funzione della risposta clinica.
flowchart diagnostico terapeutico per acufene correlato ad ATM

Prospettive e importanza della prevenzione

Gli acufeni, quando diventano una presenza pressoché costante, sono un fenomeno caratterizzato da un’esperienza uditiva molto personale, apparentemente poco comprensibile da chi non lo avverte. Le differenti cause e i diversi fattori scatenanti fanno sì che non possa essere rintracciata un’unica terapia per l’acufene. Le cure vanno necessariamente calibrate a seconda di quale sia l’origine del fischio nell’orecchio. Non sempre sono completamente risolutive, ma possono migliorare in modo netto la qualità della vita.

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È fondamentale che l’approccio clinico sia personalizzato: l’acufene può essere conseguenza di un danno alle cellule interne dell’orecchio, del nervo acustico o delle vie nervose, ma anche della disfunzione temporo-mandibolare. L’acufene è un sintomo complesso a eziologia multifattoriale; per questo l’attività clinica tende sempre più a favorire percorsi multidisciplinari dove l’odontoiatra, l’otorinolaringoiatra, il fisioterapista e l’audiologo collaborano per identificare le cause e calibrarne il trattamento.

Prendersi cura dell’udito è parte della cura di sé: come ci occupiamo della vista, del nostro sorriso, dell'alimentazione e della vita attiva, così è importante che la nostra routine di self-care includa anche il test dell'udito. Per assicurarsi di utilizzare il 100% del proprio udito, è necessario sottoporsi a controlli regolari.

Quando rivolgersi a uno specialista

  • Se l’acufene è persistente o peggiora durante la notte.
  • Se è associato a dolore mandibolare, difficoltà nella masticazione o asimmetrie facciali.
  • Se vi sono segni di bruxismo (usura dentale, dolore alla mandibola, mal di testa).
  • Se le valutazioni otorinolaringoiatriche tradizionali non rilevano una causa specifica.

Se soffri di acufene e non hai trovato una causa evidente, potrebbe essere utile consultare un dentista specializzato in disturbi dell’ATM e dell’occlusione. Quando sospetti che l’acufene possa essere legato alla mandibola o all’occlusione, una visita specialistica può aiutarti a ritrovare equilibrio e benessere.

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