Antonella Genga: biografia, carriera e notizie recenti di una interprete poliedrica tra teatro, cinema e televisione

Teatro, televisione, cinema. Assume ruoli. Li studia, li interpreta. Diventa la donna che deve portare in scena.

L’appuntamento era al Teatro Abeliano. Aspetto con l’ansia di incontrare Antonella Genga, una delle attrici che meglio rappresenta la duttilità di una interprete della recitazione. L’attesa è premiata da una forte e sincera stretta di mano ma in teatro nessuno si fà vedere. Inaspettatamente, riposta una borsa, si siede su uno degli scalini che portano al foyer. Mi guarda quasi sorpresa: “Mè? E che stiamo ad aspettare a loro? Facciamola qui l’intervista, sui gradini”.

Descriverla come eclettica non è corretto. Sotto i riflettori: il teatro, la televisione, il cinema. Eppure, ciò che emerge è una costante: entrare in mondi artistici complessi per portare in scena personaggi spesso diversi tra loro. Non le chiederò i suoi inizi, ha una presenza televisiva così nota che tutti ricordano lei da sempre. Allora facciamo un percorso inverso, lei entra in uno dei mondi artistici più complessi del sistema teatro: la prosa.

Cos’è stato? Nonostante sia approdata in televisione, la mia partenza è stata al contrario. Ho cominciato con il teatro e i primi passi li ho mossi con il teatro di farsa, il teatro popolare. Ero da poco maggiorenne, con Nico Salatino, che reputo uno degli artisti della tradizione popolare barese più autentico. Scrittore, musicista, ricercatore dell’anima barese, Nico Salatino centra sempre i personaggi con garbo e rispetto per l’attore. Io ho proprio cominciato con lui. E’ stato il mio maestro non soltanto perché mi ha fatto muovere i primi passi sul palcoscenico, ma mi ha anche insegnato l’improvvisazione. Proprio in un’opera teatrale del mio esordio “L’augurio della casa”, lavoro interpretato e scritto in dialetto barese.

Diciamo che non mi ha insegnato solo l’uso del dialetto, ma mi ha stimolata ad approfondire e studiare il giusto modo di pronunciare determinate parole che spesso usiamo con un po’ di leggerezza. Il dialetto è una lingua, come il napoletano, il romano, come il veneto, lingue della commedia dell’arte e sono lingue che hanno bisogno di essere rispettate. Per questa ragione, non amo molto i neologismi o le interpretazioni personali. Da Nico Salatino in poi, è nata una ricerca vera e propria sul dialetto. Quindi la mia nascita come attrice, inizia col popolare.

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Poco dopo Nico Salatino, approdo al Teatro Abeliano, con Vito Signorile che affettuosamente chiamo “zio Vito”. Con Vito Signorile e Tina Tempesta, comincia lo studio dell’arte del teatro, la prosa. E’ stato il secondo passo della mia carriera di attrice. Tutto questo è stato prima di approdare alla televisione nonostante piccole esperienze per emittenti private che mi hanno poi permesso di essere conosciuta in maniera più popolare. Passano ben diciassette anni dal teatro alla televisione.

Quindi provengo dal teatro, dal santo popolare alla prosa. Le spiego il perché della precedente domanda: una meta quale è Schnitzler, dove ha interpretato una Sophie profondamente drammatica, è necessaria una preparazione mica male. Chiaramente, già nella prima risposta, confermo la volontà dell’apprendimento. Ho avuto la fortuna di lavorare con molti registi in opere differenti e questo mi ha dato i mezzi, spero, mi auguro, per riuscire a interpretare i personaggi più svariati, soprattutto Sophie, uno dei personaggi di “Scena madre”, che è una donna complessa perché Schnitzler, contemporaneo di Freud, ha affrontato la profondità psicologica di questa donna, analisi che in altre opere, magari, erano presentate in maniera più superficiale.

Così come i personaggi di Pirandello, tutti ben impostati, caratterialmente formati. Credo che Schnitzler e Pirandello, abbiano delle similitudini letterarie simili e chissà se l’uno non si sia confrontato con l’altro e viceversa. Quindi, sì, la mia capacità, mi auguro è frutto della mia volontà di apprendere. Dal dramma al sorriso. O meglio: alla risata.

Lei ha donato, lo dico a ragione, quella facilità del ridere immediata, genuina, anche fortemente ironica. Le grandi dello schermo, Magnani, Vitti, Melato, tutte straordinariamente plastiche, immediate nel cambio di ruolo. Dal dramma alla comicità. Io credo che i meriti siano condivisi. Di sicuro l’attore è plasmabile. E’ materia viva. Il suo ruolo di “cambio” di personaggi è quello di studiare, approfondire il ruolo per il quale dovrà recitare. Se ci pensiamo, è l’uomo, inteso come individuo, che ha tutte le corde giuste e al loro posto e che con la propria sensibilità, ha la capacità di variare soggetti, parti, ruoli. Passo dal comico al drammatico, con grande facilità.

Semmai, in una situazione imbarazzante, l’attore che ha doti di spirito ironico e immediato, è in grado con una battuta, di tirarsi fuori dall’empasse del momento. Noi baresi siamo particolarmente capaci di fare questa cosa: siamo, come si dice, sempre pronti a cavarcela. La stessa commedia dell’arte, per esempio, ci insegna che anche in un funerale, situazione profondamente drammatica, ci possa essere un momento di sana ilarità, un po’ per sfuggire al dolore, un po’ per strappare al momento, un attimo di serenità interiore. L’attore, anche grazie al regista, riesce a cogliere drammaticità e ironia.

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La visione del regista è importante e fondamentale. Tante donne, tante storie. Io non sono mamma, ma mi è capitato di interpretare la madre di uno dei personaggi di una commedia di Luigi Pirandello. Un ruolo profondamente drammatico. Nonostante non abbia vissuto una maternità, il compenetrarsi in una donna con un suo vissuto molto diverso dal mio, mi permette di vivere questo caleidoscopio di sentimenti e portarli in scena. L’attore che studia i buoni metodi e poi guidato dal regista, riesce a simulare e a essere il più verosimile al ruolo che nella sua vita non è. Le esperienze di vita fanno molto basta la propria sensibilità per entrare in un personaggio. Con me? Ma io mi auguro che sia divertente. Nel senso che non sono un’attrice “sorda”.

Ci sono attori che non “sentono” l’altro. Non lo sono nemmeno come persona. Sono con gli altri. “Sento” gli altri. Ovvio che non sto alludendo all’udito legato come orecchio, ma parlo di attenzione nei confronti degli altri. Sono attenta all’umore del collega in quel momento. Un suo stato d’umore non ottimale, un disagio, lì, allora, mi sento partecipe di quel suo stato d’animo e naturalmente, il corso del lavoro diventa più sereno. Non sono competitiva. “Scena madre”. Questo, credo, sia una delle carte che permettono di potere considerare il o la collega, amici di questo carrozzone che è il teatro. Ognuno di noi del mestiere di attore è un unico. La competitività non ha senso.

Colleghi/amici. Spigliata e empatica com’è, non è possibile non amarla. Sarò impertinente: serve avere nemici? Domanda molto importante, questa qui. Ho potuto comprendere che non si può essere simpatici a tutti e nemmeno essere nelle grazie di tutte le persone che conosci. Anche perché l’aspirazione delle persone umili e sensibili, sarebbe quella di non avere nemici. Una volta c’era qualcuno che diceva: “Molti nemici, molto onore”, magari è un’allusione un po’ politica ma lasciamo stare. Se hai dei nemici è perché hai fatto qualcosa che loro non possono fare. I nemici o chi non ti apprezza, potrebbero servire per farti capire che cosa non funziona in te. Un’utile auto-critica, può migliorare il proprio rapporto con gli altri.

Veloce: cinema, teatro, televisione. Del cinema, probabilmente. Ho diverse esperienze cinematografiche per la TV. Però non perché il cinema non mi abbia scelta per diverse interpretazioni, potrei sembrare che la mia scelta sarebbe una ripicca, anzi. In realtà è perché il rapporto che ha l’attore del cinema con il pubblico, non c’è. Per me il pubblico è importante, la presenza del pubblico dal vivo, lo percepisci, lo senti. Su tutto, su tutti, è del teatro che non potrei fare a meno. E’ immediato, è estemporaneo, è vivo. La comunicazione non è artefatta. Tu stessa avverti la risposta del pubblico durante uno spettacolo. Ti viene la strizza, hai le spalle strette, sei attenta. Senti il loro respiro. Il teatro è magico.

Col cinema le cose si costruiscono fino alla perfezione. Il cinema americano è straordinario. Gli attori del cinema vivono il loro personaggio portandoselo dentro per tanto tempo. E’ una capacità d’introspezione assoluta. Apprezzo tantissimo, però il rapporto col pubblico arriva dopo ripetute volte della stessa scena e quindi il rapporto che hai è sul set. Ecco perché dico che del cinema potrei farne a meno. La televisione è una via di mezzo. Arrivi nelle case delle persone lì dove loro non possono raggiungerti.

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Ha facoltà di citare chi le è stato maestro nella sua carriera. Non uno solo. Prima di tutto al bel teatro e alla bella televisione che ho visto durante la mia infanzia. Quando la televisione era educativa, ingenua, casalinga. Quando in televisione c’erano gli sceneggiati dei grandi autori della letteratura italiana e straniera. Imparavi dalla televisione. De Filippo, Totò, Ave Ninchi, Anna Magnani, Manfredi… Diciamo che questi erano i maestri che mi hanno ispirata da adulta. E poi ci sono coloro che mi hanno dato una mano vera e quindi Nico Salatino, Vito Signorile, Paolo Panaro, e tante attrici e colleghi. Ho cercato di carpire il meglio o almeno, quello che pensavo fosse il meglio, del loro professionismo. Sicuramente dimenticherò molti altri e mi scuso, per esempio ho un ricordo bellissimo di Michele Napoletano, grande creativo dell’arte scenica, con cui mise su uno spettacolo di Raffaele Viviani. Alfredo Vasco, artista di non facile comprensione per la sua scelta di testi di profonda interiorità e per il quale ho una sincera gratitudine perché mi ha formata in maniera indelebile, insegnandomi ad affrontare di pancia, le difficoltà tecniche della recitazione. Roberto Petruzzelli, Rocco Chiumarulo, Maria Giaquinto. Mariolina De Fano, soprattutto, che fin da bambina andavo a vedere le commedie con Nicola Pignataro. Ognuno di loro mi ha lasciato un pezzettino della loro saggezza e del lavoro. Sono grata a tutti loro. L’esperienza televisiva ha tempi completamente diversi e Uccio mi è stato maestro. Spero invece di avere lasciato anch’io qualcosa a loro.

Madame Bovary o comunque donne dalle forti caratteristiche di ribellione dal proprio stato di mogli, madri, amanti. Donne che sfidano i luoghi comuni che le vogliono relegate nei ruoli di donna remissiva, inetta, dedita a procreare, alla casa, al marito. Giulietta è un personaggio invece che mi commuove. L’amore assoluto, non legato alla fisicità, innamorata dell’amore. Credo di avere anche il phisique du role. Ci regalerà un monologo? Ce lo aspetteremmo, sa? …che sono tra l’altro le mie maestre.

Qualche anno fa, mi è capitato di essere chiamata dal Comune di Bari, grazie ad un suggerimento di Vito Signorile, tra gli attori del teatro popolare, per mettere su uno spettacolo al femminile. In quel periodo Mariolina De Fano era meno presente sui palcoscenici ed avendo esperienza di teatro popolare, fui spronata proprio da Signorile, a mettere in scena uno spettacolo da protagonista.

Essere sola in scena è un lavoro di alta professionalità e, onestamente, non ho questa ambizione da unica diva del palcoscenico. Portai con me in scena un chitarrista, il bravissimo Giuseppe De Trizio, che spesso mi accompagna in serata musicali. Decisa la sceneggiatura, della quale mi occupai e le scelte musicali, venne su uno spettacolo che fu portato in piazza della Chiesa del Redentore. Furono citati e cantati autori e compositori baresi, uno spettacolo sulla baresità tanto che Vito Signorile, l’anno dopo, si propose come regista per riproporla in teatro. Il titolo era “Quann la femmen”, uno spettacolo popolare dialettale, nel quale recito e canto dando vita alla tipica donna barese, forte, popolana, una donna dalle forti tradizioni cittadine.

Una donna vista nelle sue varie fasce di età: dall’adolescente innamorata alla giovane mamma, dalla matura donna dal vissuto dedito al marito alla madre disperata con un figlio irreprensibile. Dal comico al drammatico sempre accompagnata da Giuseppe De Trizio.

Fuori dai set, mi troverò di fronte l’attrice o l’amica? Quando incontrerai me, troverai Antonella, l’amica, la donna, la sorella. Antonella che non si preoccupa di parlare con la voce impostata, che non ha l’enfasi della gestualità esagerata e che quando deve dire una battuta in dialetto, la dice e basta. Dice giusto Antonella Genga: “…io sono quella donna come tante, che ha con sé una valigia piena di altre donne”. Colpisce profondamente questa considerazione del sè. Quale essere speciale può prendere se stessa e continuare a essere se stessa? Poche!

Infografica: Percorso di carriera di Antonella Genga - teatro, prosa, televisione, cinema
Mappa: luoghi chiave della carriera di Antonella Genga (Bari, Teatro Abeliano, TV locali)
Intervista completa ad Antonella Genga: dialoghi su dialetto, prosa e versatilità

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