
Gli incisivi centrali e laterali superiori sono tipicamente elementi monoradicolati, ma presentano frequentemente canali laterali nei terzi medio e apicale (prova ne è la posizione spesso eccentrica dell'apice), se non biforcazione apicale. Discorso diverso per i corrispettivi mandibolari, che secondo i dati della Società Italiana di Endodonzia presentano complessivamente la configurazione a due canali nel 45% dei casi. Il canino presenta probabilmente un'anatomia ancora più costante: anche in questo caso, però, Autori mettono in guardia sull'eccentricità dell'apice rispetto all'asse radicolare e anche sulla possibile presenza del secondo canale, soprattutto in arcata inferiore.
Per quanto riguarda i premolari superiori, è utile partire dal presupposto che nel caso in cui sia presente un singolo orifizio (eventualità assai più comune per quanto riguarda il secondo premolare), questo cada esattamente nel centro della camera. Il primo premolare è nella maggior parte dei casi biradiculato e bicanalare. Ha invece una sola radice nel 25% dei casi. Nel 30-35% dei casi, i due canali tendono a confluire apicalmente: la distanza fra gli imbocchi, se inferiore ai 3 mm, è spesso un utile indizio a riguardo. Va citata anche la variabile tricanalare, in cui il premolare simula l'anatomia di un molare: i due vestibolari presentano orifizi profondi e ravvicinati.
Venendo all'arcata inferiore, il primo premolare viene spesso considerato un elemento “a rischio” per via delle possibili biforcazioni a livello dei 2/3 medio e apicale. Autori quantificano in un 15% la possibilità della configurazione a due canali (che confluiscono in due casi su tre). Mentre il secondo premolare inferiore nel 98% dei casi presenta una radice con un singolo canale e solo nel 2% una biforcazione in zona apicale.
Il primo molare superiore è uno dei denti più frequentemente devitalizzati e viene considerato da molti come uno dei più complessi e rischiosi. Questo per via della presenza nella metà coronale di un secondo canale mesio-palatino (MB2), tanto frequente da non essere più considerata una vera e propria variabile. Studi suggeriscono infatti che sia presente nel 95% delle radici mesiobuccali e che tenda nella metà dei casi a confluire in MB1. Vista anche l'alta presenza di canali laterali nella stessa radice mesio-buccale, oltre che nella disto-buccale e soprattutto nella palatina, è ormai considerato indispensabile approcciare questo elemento con un adeguato sistema di ingrandimento ottico. Il quarto canale (mb2) si trova sulla linea di congiunzione tra il palatino e il mesiovestibolare (mb1), leggermente spostato mesialmente. Spesso un ponte di dentina nasconde l’accesso al quarto canale che può essere facilmente individuato con la reazione della soluzione irrigante a base di ipoclorito di sodio con il tessuto pulpare nascosto.
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Il secondo molare riprende grossomodo l'anatomia radicolo-canalare del precedente, con una incidenza inferiore di MB2. L'orifizio distale, poi, può risultare schiacciato sulla congiungente tra quello mesiale e il palatino. Venendo infine ai molari inferiori, il primo ha caratteristicamente due radici solide e ben separate, con due canali mesiali e uno distale; il canale mesio-buccale tende a confluire nel linguale. Piuttosto frequente il riscontro del quarto canale (distale, indipendente o confluente a sua volta), assai più raro quello di un ulteriore canale mesiale. Può raramente presentare una terza radice. Il secondo molare ha un'anatomia ancora più incostante: può essere monoradicolato, con uno o due canali; può conservare due radici ravvicinate con due o tre canali o addirittura avere una radice accessoria (per cui tre o quattro canali). È inoltre un dente temuto dagli endodontisti per la possibile presenza del noto canale c-shaped.
E' possibile trovare analisi ed immagini molto curate, elemento per elemento su questo sito. In ambito dentistico si sente spesso parlare di endodonzia multicanale e bicanalare, o più semplicemente di endodonzia, ma non tutti sanno di cosa si tratta e in cosa consiste l’endodonzia. L’endodonzia è una branca dell’Odontoiatria e che ha a che fare con i tessuti interni dei denti, ovvero tutte quelle parti non visibili che costituiscono il “cuore” del dente e sono estremamente importanti. L’endodonzia è una branca dell’odontoiatria abbastanza complessa che si avvale di strumenti e tecniche specifiche. Sono molti i casi in cui uno o più denti richiedono interventi di endodonzia, come ad esempio traumi improvvisi o più lenti, ma continuativi nel tempo che possono andare ad intaccare lo smalto e la dentina fino a lasciare scoperta quella parte di dente che richiede interventi di endodonzia.
Se la polpa dentaria viene colpita da traumi o da processi cariosi che mettono in serio pericolo la salute dei denti e che solitamente si fanno sentire con dolori improvvisi e acuti, l’endodonzia viene spesso chiamata in causa. Cos’è specificamente l’endodonzia, quali sono le caratteristiche di questa branca odontoiatrica e quando è necessario ricorrere a cure di questo tipo? Scopriamolo insieme nei prossimi paragrafi.
Come già accennato si ricorre all’endodonzia quando i tessuti interni del dente vengono colpiti da traumi o patologie di vario tipo. Se questi tessuti si ammalano, il paziente rischia di perdere il dente: intervenendo invece con l’endodonzia, che può essere multicanalare, bicanalare o monocanalare, si può salvare il dente. Molto spesso la cura endodontica (o terapia canalare) viene messa in campo quando la polpa del dente è infiammata in modo irreversibile o danneggiata magari per colpa di un trauma, di una carie profonda, ecc.
A differenza di un dente vitale, i denti devitalizzati hanno maggiore probabilità di andare incontro a fratture. L’endodonzia viene chiamata anche comunemente devitalizzazione, perché si va di fatto a togliere parte della polpa dentaria infetta, responsabile della sensazione dolorosa, e si elimina di conseguenza la sensibilità del dente. Si chiama dunque devitalizzazione proprio perché si toglie la “vitalità” al dente che, una volta trattato endodonticamente, non sarà più in grado di far male.
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L’endodonzia monocanalare riguarda denti anteriori, come canini e incisivi, che possiedono un solo canale radicolare e una sola radice. L’endodonzia bicanalare riguarda invece denti con due canali, come alcuni premolari. L’endodonzia multicanalare coinvolge i denti posteriori, i molari, che hanno tre o più canali radicolari. Generalmente, è sufficiente una sola seduta.
La procedura tipica include anestesia locale, isolamento tramite diga di gomma, apertura della camera pulpare, identificazione e misurazione dei canali, rimozione della polpa infetta, sagomatura, detersione e infine otturazione canalare (guttaperca e cemento canalare). Dopo l’intervento, possono essere prescritti antidolorifici e antipiretici; è consigliabile non masticare sul dente trattato finché non è completamente restaurato per evitare fratture.
Le tecniche endodontiche moderne sfruttano strumenti e ingrandimenti per gestire canali multipli anche in casi complessi, riducendo i tempi di trattamento e aumentando le probabilità di successo. L’uso di materiali biocompatibili come la guttaperca associata a cemento canalare è standard nelle otturazioni canalari.
In sintesi, l’endodonzia rappresenta un approccio fondamentale per curare e conservare denti affetti da patologie della polpa dentale e dei tessuti periapicali, permettendo di evitare l’estrazione e mantenere la funzionalità masticatoria. Tuttavia, è essenziale seguire le indicazioni post-operatorie e mantenere una scrupolosa igiene orale per prevenire complicazioni future.
La maggior parte dei denti trattati endodonticamente dura quanto gli altri denti naturali. In alcuni casi, il dente può non guarire o presentare dolore persistente mesi o anni dopo l’intervento, ma con una gestione adeguata e controlli periodici è possibile conservare la funzione dentale a lungo termine.
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