
La contrattura capsulare è una complicanza che può verificarsi dopo un intervento di mastoplastica additiva e che, stando alle evidenze, interessa il 4-8% delle pazienti. La contrattura capsulare è innanzitutto una risposta fisiologica e normale che avviene in tutti i casi di mastoplastica additiva. Quand’è che questa risposta diventa patologica? Quando si verifica una crescita eccessiva di tessuto intorno alla protesi, il che provoca un ispessimento della capsula protettiva e un indurimento della stessa.
I sintomi della contrattura capsulare includono dolore al seno causato dalla contrazione dei nervi sottocutanei, ispessimento visibile della protesi, deformità del seno o differenza di simmetria tra le due mammelle. A livello diagnostico esistono quattro gradi per stabilire la gravità: Grado 1, Grado 2, Grado 3 e Grado 4, dal normale al dolore e forma alterata della mammella. Per evitarla possono favorire infezione o sieroma, ma con corretta profilassi antibiotica pre e post operatoria e una valutazione attenta dei fattori di rischio, come obesità o malattie sistemiche che compromettono il sistema immunitario.
I sieromi si sviluppano come accumulo di liquido sieroso attorno all’impianto, provocando dolore e gonfiore. Il dolore può derivare anche da impianti sovradimensionati o da irritazioni dovute al movimento eccessivo. L’arrossamento della pelle o rash, tipico tra i 7 e i 10 giorni dall’impianto, può durare 2-3 settimane e potrebbe richiedere steroidi. La rottura dell’impianto, spesso dovuta a traumi ma anche a logoramento, richiede sostituzione dell’impianto se diagnosticata; la risonanza magnetica (MRI) è la tecnica più efficace per rilevare rotture silenziose di protesi riempite di gel di silicone.
È importante continuare a praticare gli esami di routine del seno: autoesame, ecografia mammaria, tomosintesi, mammografia e MRI se indicato. L’autoesame postoperatorio deve essere guidato dal chirurgo per distinguere l’impianto dal tessuto naturale e riconoscere noduli o alterazioni della pelle o della forma. In presenza di protesi, è fondamentale informare il personale diagnostico sulle caratteristiche delle protesi e sulla possibilità di utilizzare manovre come l’Eklund per la mammografia se necessario.
La mammografia resta uno strumento cruciale, ma la presenza di protesi cambia l’approccio: protesi radiotrasparenti moderni permettono una migliore esplorazione, mentre i materiali datati possono ridurre l’esplorabilità dei tessuti sottostanti. In ogni caso va informato precedentemente lo staff e va considerata la dose di radiazioni dovuta a più scansioni. L’ecografia e l’MRI non sono interferite dal materiale protesico e rimane possibile eseguire esami senza contrasto se non necessario per valutare lesioni sospette. Alcune ipotesi non confermate pongono legami indiretti tra fuoriuscita di polimeri e tumori mammari, ma non sono dati certi e dipendono dal tipo di materiale.
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Qualsiasi procedura chirurgica comporta rischi generali: ematomi, sieromi, infezioni, necrosi cutanee e riapertura della ferita. Le complicazioni generali includono anche trombosi venosa profonda ed embolia polmonare, soprattutto in pazienti oncologiche o chemioterapiche. Le complicazioni specifiche includono retrazione della capsula peri-protesica, rottura della protesi, dislocazione o rotazione, esposizione della protesi e alterazioni della sensibilità cutanea. La retrazione può verificarsi mesi o anni dopo l’intervento; l’uso di protesi testurizzate o rivestite da poliuretano può ridurre, ma non eliminare, il rischio. In caso di retrazione marcata, può essere necessario un intervento correttivo.
La scelta del volume e della forma della protesi è cruciale: negli ultimi anni si tende verso forme a goccia per imitare meglio la forma naturale del seno. Le cicatrici post-operatorie variano in qualità e visibilità nel tempo, e possono richiedere trattamenti medici o interventi correttivi dopo un adeguato periodo di attesa. La ricostruzione mammaria può utilizzare lembi tissue-based (es. lembo Grande Dorsale o Holmström) quando i tessuti locali non sono idonei, ma comporta cicatrici donatori. Anche l’impianto definitivo può richiedere il secondo atto chirurgico se necessarie modifiche a mammella controlaterale o revisioni successive.
Il decorso post-operatorio prevede dolore controllabile, drenaggi aspirativi rimossi quando il drenato è inferiore a 30-40 cc/die, e l’uso di un reggiseno dedicato per circa 45 giorni. Profilassi con eparine a basso peso molecolare viene usata per prevenire embolia polmonare. Per i primi giorni si esegue riposo a letto con busto sollevato; è consigliato evitare fumo, guida per una settimana, rimuovere i punti dopo 7-10 giorni, evitare ampi movimenti delle braccia e attività fisica intensa per circa 2 mesi. Informare sempre della presenza delle protesi durante mammografia e conservare i documenti identificativi delle protesi.
La sorveglianza continua e l’autoesame sono essenziali. In presenza di sintomi come gonfiore, dolore o nodulo nell’area protesica, contattare immediatamente il medico. È importante ricordare che l’ALCL associato a impianti mammari è raro ma esiste: i casi tipici iniziano come sieroma tardivo o massa e richiedono rimozione dell’impianto e tessuto circostante; possono essere necessarie chemioterapia o radioterapia in alcuni casi. Se non si hanno sintomi, si continua la monitorizzazione regolare delle protesi e le cure di routine.
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