
Ci troviamo nella Gola di Frasassi, una profonda e stretta valle formata dal Fiume Sentino, nota per le sue famose grotte carsiche. I rilievi circostanti sono in prevalenza costituiti da calcare, una roccia sedimentaria composta essenzialmente da carbonato di calcio. Quest’ultimo, insolubile, se viene a contatto con le acque piovane, acidulate dall’anidride carbonica presente nell’aria e nel suolo, si trasforma in bicarbonato di calcio, solubile. Si avvia quindi un processo di speleogenesi, ovvero la corrosione del calcare e la formazione di cavità che progressivamente evolvono in grotte anche di notevoli dimensioni.
Le discontinuità della roccia, rappresentate dalle fratture e dalle stratificazioni, costituiscono le vie preferenziali per il movimento e l’azione di queste acque, favorendo la formazione di grotte dalle intricate morfologie. Le acque piovane che si infiltrano nella roccia e le acque che risalgono dalle profondità si mescolano tra loro e confluiscono nella falda sotterranea alimentata dal Fiume Sentino. La falda raggiunge livelli più profondi nei quali inizia un nuovo processo di speleogenesi.
Il fenomeno del carsismo prende il nome dall’Altopiano del Carso, vicino a Trieste, e consiste nell’erosione della roccia calcarea da parte dell’acqua piovana. La CO2: a contatto con la roccia, l’acqua e l’anidride carbonica trasformano il carbonato di calcio (quasi insolubile) in bicarbonato di calcio (solubile) secondo la reazione chimica CaCO3+H2O+CO2 <==> Ca(HCO3)2. Questo processo viene accelerato dalla presenza di acido solfidrico legata alla risalita di acque relativamente profonde, ricche in solfati. Le acque che intervengono nella formazione della Grotta sono di 2 tipi. Il prodotto della reazione è l'aggressivo acido solforico.
Il Calcare Massiccio è una formazione calcarea compatta, originata nel Giurassico in ambiente di piattaforma carbonatica; si tratta di facies calcaree assai pure, molto permeabili e carsificabili. Esso affiora per uno spessore di circa 500/800 m senza che sia raggiunto il letto; è sormontato da formazioni calcaree e calcareo marnose, di ambiente pelagico, con spessore complessivo di poche centinaia di metri. All'interno di questa successione è presente un orizzonte marnoso poco permeabile (Marne a Fucoidi) dallo spessore di circa 50 m, che riveste un importante ruolo nella circolazione idrica sotterranea.
Dopo gli eventi orogenici e agevolata da faglie e diaclasi, si è inserita su queste strutture geologiche, la circolazione idrica superficiale costituita dal torrente Sentino e dal ruscellamento e dilavamento ad esso collegato. Questi corsi d’acqua, ostacolati dal complesso montuoso di Frasassi, hanno formato, all’inizio del Pleistocene, un grande lago all’altezza di Pianello di Genga e filtrando in profondità attraverso le fratture della roccia calcarea, hanno raggiunto i sottostanti depositi Evaporitici Riabliani costituiti da salgemma, gessi e livelli bituminosi.
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Attraverso millenni le acque ristagnanti nell’area di Pianello - Genga, agendo in profondità e sottoposte a notevoli pressioni idrostatiche, hanno provocato la soluzione degli Evaporiti Riabliani, sciogliendo salgemma e gesso, scomponendo quest’ultimo in bicarbonato di calcio e acido solfidrico (acque sulfuree). Con questi meccanismi le acque, arricchitesi in profondità di sali minerali, sbarrate da terreni impermeabili, sono risalite lungo i piani di faglia, in obbligo alla legge dei vasi comunicanti, manifestandosi con sorgenti e ruscellamenti.
Le valli fluviali, come la gola di Frasassi, sono state formate e modellate dai corsi d’acqua che scendono impetuosi a causa della forte pendenza ed hanno eroso le rocce su cui scorrono. L'area di Frasassi è stata letteralmente tagliata a metà dal fiume Sentino, che grazie allo scorrere delle acque incideva la gola man mano che la superficie terrestre continuava a sollevarsi. Le testimonianze del fatto che il fiume ha inciso la gola verticalmente le troviamo proprio lungo le pareti della gola stessa, in cui sono stati rinvenuti depositi fluviali e più altezze e perfino all'interno di alcune grotte che il fiume erodeva progressivamente scendendo di livello e depositando sedimenti al loro interno.
Il processo di speleogenesi comporta la corrosione del calcare e la formazione di cavità che evolvono in grotte, dove le stalattiti e le stalagmiti si formano grazie al ruolo determinante delle gocce d'acqua (stalaktòs «gocciolante» e stàlagma «goccia»). Le grotte custodiscono la memoria dell'ambiente e del clima. Secondo alcuni studi, le stalagmiti e le stalattiti sono in grado di registrare i cambiamenti climatici ed ambientali degli ultimi 500mila anni con dettaglio temporale anche inferiore all'anno.
Apparentemente isolate dal resto del pianeta, le grotte accolgono tante forme di vita e sono l'ingresso al sistema carsico e alle falde acquifere. Nel mondo sotterraneo c'è un ecosistema molto sensibile, dove anche le minime variazioni ambientali possono avere effetti dannosi sulla biodiversità, con conseguenze, a volte, anche irreversibili. Per questo motivo gli ambienti sotterranei devono essere tutelati e protetti.
Il termine fossile in paleontologia viene abitualmente usato per indicare resti integri o parziali di organismi un tempo viventi; più in generale, viene usato per una qualsiasi testimonianza di vita geologicamente passata: resti animali, quali ossa, denti, uova, conchiglie; resti vegetali. Le valli fluviali hanno depositato livelli alluvionali che rappresentano i lembi di una antica piana fluviale, testimone del grande fiume che lambiva la grotta, più di 250.000 anni fa.
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La Grotta della Beata Vergine, che si trova all’interno della gola di Frasassi, è una cavità naturale molto rilevante dal punto di vista archeologico in quanto interessata da una prolungata frequentazione dell’uomo in varie epoche protostoriche e storiche. La rimozione dei sedimenti che riempivano l’androne d’ingresso della grotta per un’altezza di circa 8-10 m, ha prodotto l’inevitabile distruzione sia dei depositi terrazzati di origine fluviale di età medio-pleistocenica, sia dei sovrastanti depositi con tracce di frequentazione antropica di età olocenica.
Sopra questi, su detriti di falda più recenti è stata ritrovata la Venere di Frasassi, una statuetta alta poco più di 8 centimetri, realizzata incidendo una stalattite. Ritrovata nel 2007 durante un sopralluogo archeologico all’interno della grotta, per stile e proporzioni rientra nella tipologia delle Veneri del Gravettiano; i dati morfostratigrafici permettono di stabilire comunque un’età pre-olocenica. Dunque una lunga e discontinua frequentazione umana che prosegue fino a tutta l’età del Bronzo con una sporadica attestazione anche nella prima età del Ferro (circa 3000 anni fa).
A partire dal 23/5/1971 fui l'istruttore del "1° Corso di introduzione alla Speleologia" organizzato dal Gruppo Speleologico Marchigiano C.A.I. di Ancona per addestrare nuove leve di coraggiosi appassionati. Un giorno di settembre del 1971, ritornando a casa in treno da Rimini, alla Stazione di Fano incontrai Rolando Silvestri, un giovanissimo partecipante al corso di speleologia da me tenuto. Rolando rispose con una serie di scuse poco convincenti, poi mi disse: "Sai Giancarlo, non è vero che ho dimenticato la speleologia; alcuni giorni fa sono stato a Genga con il mio amico Umberto Di Santo con il quale mi sono arrampicato fino all'altezza del Foro degli Occhialoni, ma nel versante opposto. Abbiamo trovato dei piccoli buchi che entravano nella roccia, uno in particolare ci è sembrato che proseguisse".
Accantonando le mie presunzioni di "vecio speleologo", e senza una motivazione sostenibile, feci allora l'atto di fede umana più ispirato della mia vita: organizzai per il sabato successivo una estemporanea spedizione di ricerca nell'ambito del Corso di Speleologia. Era sabato 25 settembre 1971 quando la spedizione da me guidata, dopo avere verificato anche altre piccole aperture, si concentrò sul buco principale trovato da Rolando Silvestri. Il foro sembrava una tana con un'entrata dal diametro grande circa come un volante di una macchina e, dopo averlo liberato a mani nude dalla terra e sassi che ne ostruivano l'angusto ingresso, constatammo che sembrava veramente inoltrarsi direttamente all'interno della montagna.
Con molta difficoltà strisciammo dentro un ambiente che si allargò fino a diventare grande poco più di una stanza. Nella stanza non si apriva nessun cunicolo percorribile. Chi come me stava seduto nella parte più interna ebbe un'immediata sensazione di freddo dietro la schiena. Non riuscii a finire di commentare il fatto che il fumo delle sigarette, fumate da due di noi, si disperdesse molto rapidamente nonostante l'entrata dall'esterno fosse molto piccola, quando tutti insieme gridammo: "C'è circolazione di aria !!! la grotta ha una prosecuzione molto grande!!"
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Con le sigarette accese, dopo avere dato una boccata di fumo profondissima spalancammo ad uno ad uno la bocca a ridosso della parete dove ero appoggiato poco prima, constatando, senza ombra di dubbio, che il fumo veniva disperso violentemente a causa di un forte passaggio d'aria che fuoriusciva da alcuni piccoli fori. Impazziti dalla gioia concentrammo tutte le nostre luci in quel punto e verificammo che la parete era completamente composta da materiale di riporto fortemente compattato. Iniziammo subito a scavare con i pochi attrezzi a disposizione.
Dopo un giorno e una notte di frenetico lavoro, nel corso della domenica 26 sfondammo il diaframma di circa due metri del fronte di frana che ostruiva il passaggio del "Vento". All'interno non si vedeva quasi nulla, intravedemmo solo una piccola porzione di parete anche perchè il vento era tornato a circolare in maniera così violenta che spegneva tutte le lampade ad acetilene ed impediva quasi di tenere gli occhi aperti. Era fatta, eravamo certi di avere intrapreso la via per entrare all'interno della montagna.
Sabato 02 ottobre tornammo attrezzatissimi (ed in massa) con palanchi, picconi, pale, scalpelli e martelli. Fabio Sturba, il nostro più bravo esperto in strettoie, liberandosi di quasi tutti i vestiti e con un coraggio da leone, riuscì ad entrare faticosamente nel buco. Fabio rispose: "passatemi un palanchino, abbiamo fatto lo scavo fortunatamente sulla sommità della frana, sopra la volta ci sono solo 20, 30 centimetri di materiale". Sfondata la volta, in un batti baleno passammo tutti dal "passaggio del Vento".
Dopo pochi metri ci disperdemmo, alla ricerca di un passaggio, in una bella e grande sala che puntava verso l'interno di Valmontagnana. Piero disse: "Guardate in quel buco lì in alto, forse c'è un passaggio!" Fabio iniziò faticosamente ad arrampicare per raggiungere il punto indicato. Arrivati urlando in un grande balcone, poi battezzato "Sala del Trono", scendemmo, anzi ci... gettammo in un pozzo di circa 10 metri alla cui base, poco dopo, raggiungemmo un enorme baratro: eravamo giunti sul Pozzo poi chiamato, per acclamazione, ed in onore della nostra città, "Ancona".
Il 10 ottobre 1971 con 120 metri di scalette metalliche approvvigionate in gran fretta, Maurizio Bolognini e Fabio Sturba, discesero per la prima volta e toccarono il fondo del pozzo Ancona. Lo stupore già grande, divenne immenso quando apprendemmo dalle loro voci che erano discesi in un'ambiente tra i più vasti mai scoperti, talmente esteso che con la potente torcia subacquea a disposizione non si riusciva a delinearne i contorni. Questa prima brevissima esplorazione servì esclusivamente per renderci conto del contesto ambientale della cavità e per individuare possibili punti di prosecuzione da esplorare in seguito.
Ad una prima stima, il pozzo Ancona creatosi a forma di cono rovesciato e al centro del quale quasi eravamo discesi, risultava incredibilmente alto, oltre 200 metri e con un diametro di base che superava i 150. La maestosità delle stalagmiti giganti ci lasciò sbalorditi; la cavità proseguiva con una meravigliosa sala lunga oltre duecento metri, poi, arrivati alla "Sala delle candeline", il nostro stordimento emozionale arrivò alle stelle. Dopo la scoperta, oltre la sala, la grotta si estende per un totale di circa 12 km, e il percorso turistico tocca una serie di gallerie e di sale di misura minore, dove il fenomeno del concrezionamento è particolarmente spettacolare.
La Grotta Grande del Vento è stata collegata dalle esplorazioni speleologiche con la sottostante Grotta del Fiume, e ricerche e perlustrazioni cercano da anni la connessione tra questo complesso e la sovrastante Grotta del Buco Cattivo. Laghetti e vaschette conducono al termine del tragitto, che è stato aperto al pubblico a partire dal 1974. Una galleria artificiale di circa 200 m permette di entrare nella grande sala, segnata dalla presenza di una serie di colossali stalagmiti che s’innalzano dal suolo.
Attraverso le rocce, gli anfratti e gli speleotemi di Monte Valmontagnana, e i numerosi fossili e reperti archeologici rinvenuti nell’area di Frasassi, gli esperti narreranno la storia del paesaggio e dell’umanità dell’Appennino marchigiano. Il tour “A Frasassi con gli Esperti” ha una durata di 2 ore e ha lo stesso costo del biglietto standard della visita alle Grotte. L’evento è in fase di accreditamento per 3 crediti APC per geologi.
Condizioni di visita: visite guidate a pagamento. ABBIGLIAMENTO O EQUIPAGGIAMENTO CONSIGLIATO: la temperatura interna alle grotte è di 14°C costanti. Iscrizione non necessaria. Ingresso a pagamento. Assicurazione non necessaria. Università di Camerino, Sezione di Geologia; Consorzio Frasassi; Ordine dei Geologi delle Marche; Associazione Nazionale Insegnanti di Scienze Naturali, Sezione Marche.
| Elemento | Dettaglio |
|---|---|
| Temperatura interna | 14°C costanti |
| Estensione grotte | circa 12 km complessivi |
| Pozzo Ancona (stima) | oltre 200 m altezza, diametro base >150 m |
| Anno apertura al pubblico | 1974 |
| Crediti APC in accreditamento | 3 per geologi |
Perché la società in cui viviamo sfrutta continuamente le risorse naturali per garantire la crescita economica, mettendo però in crisi la capacità della natura di rigenerazione delle stesse. Di conseguenza, ecosistemi e biodiversità sono a rischio, e molte specie in pericolo di estinzione. Nel mondo sotterraneo c'è un ecosistema molto sensibile, dove anche le minime variazioni ambientali possono avere effetti dannosi sulla biodiversità, con conseguenze, a volte, anche irreversibili. Per questo motivo gli ambienti sotterranei devono essere tutelati e protetti.
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