
Prima di inserire un impianto dentale ci sono valutazioni che non possiamo saltare: capire qualità e quantità dell’osso disponibile, valutare la distanza da strutture anatomiche delicate e stimare con realismo i tempi di guarigione. Pensa all’impianto come a una vite e all’osso come al muro. Per posizionare la vite e renderla stabile non basta “avvitare forte”, ma si devono realizzare due condizioni. La prima è la quantità, ovvero quanto “muro” abbiamo in altezza e in spessore. È come piantare un chiodo in una tavola di legno: se la tavola è sottile, il chiodo spunta fuori o non fa presa; se è bella spessa, lo trattiene con sicurezza. La seconda condizione è la qualità, cioè com’è fatto quel muro dentro. Immagina due pareti uguali: una di mattoni compatti, l’altra di sabbia bagnata. Nella prima la vite si aggrippa, nella seconda si sbriciola tutto.
L’osso può essere più denso (duro) o più spugnoso (morbido), e questa differenza si manifesta nella tenuta, ovvero nella stabilità primaria. La trama interna-quella che i medici chiamano architettura trabecolare-assomiglia alla rete di una spugna: se è fitta, sostiene; se è rada, cede. Anche lo strato esterno, detto corticale, è importante. Qualità e quantità ossee variano al variare della localizzazione. Nel mascellare superiore-specie nelle zone posteriori, in zona molari, l’osso è normalmente più morbido e spugnoso. Frequentemente in queste zone bisogna aggiungere materiale (rigenerazione, rialzo del seno). In più nelle zone anteriori, l’osso è di solito più compatto ma sottile: bisogna stare attenti a non “bucare” la parete.
Per scegliere se e come procedere non basta “guardare” o fare una panoramica. Serve una mappa 3D: la CBCT, una TAC a bassa dose pensata per l’odontoiatria. Con un apparecchio, la CBCT misuriamo spessore e altezza dell’osso al millimetro, verifichiamo la distanza dalle strutture nobili (il seno mascellare sopra, il nervo alveolare inferiore sotto) e valutiamo la trama ossea e lo spessore della corticale. Se la parete è compatta e sana, il tassello si fissa subito: in implantologia questo aspetto si chiama stabilità primaria. È il primo passo verso l’osteointegrazione, quando l’osso, nei mesi successivi, cresce attorno all’impianto e lo rende parte di sé.
Non tutti gli impianti sono uguali e la qualità dell’osso orienta la forma che scegliamo. In un osso più morbido possiamo preferire un design con filettature più profonde e “taglienti”; in un osso molto duro scegliamo un profilo che entri senza eccesso di stress. Se il muro è buono ma non eccellente e vuoi essere proprio sicuro, si aspetta un po’ prima di caricare la vite. E se il muro è più morbido, o prima hai dovuto rinforzarlo, allora dobbiamo aspettare più tempo. Visto così è semplice: l’osso detta il ritmo. Se è spesso e solido, puoi andare più veloce; se è tenero o appena rinforzato, vai con calma. In una riga: qualità dell’osso = qualità della partenza.
Quando si seleziona l’impianto da utilizzare dobbiamo pensare a due numeri: diametro (quanto è largo) e lunghezza (quanto è lungo). A volte dove vorremmo inserire un impianto c’è poco osso. In questi casi si ricorre a tecniche rigenerative o a impianti di lunghezze inferiori. Tra le opzioni più comuni:
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In media 4-6 mesi per integrare l’innesto, poi impianto e, dopo l’osteointegrazione, la protesi. Quelli corti possono essere un'alternativa affidabile per riabilitare mascellari atrofici senza pre-chirurgia per aumentare il volume osseo. Il parere degli esperti è che gli impianti corti, se selezionati correttamente, mostrino sopravvivenza simile agli impianti tradizionali, soprattutto quando la qualità dell’osso è adeguata e la programmazione è computerizzata.
Una meta-analisi su studi prospettici ha confrontato impianti corti (< 10 mm) con quelli standard (> 10 mm). In 13 studi, su 1955 impianti, i corti hanno mostrato una sopravvivenza di circa 88,1% a 168 mesi, contro 86,7% degli impianti convenzionali, con picchi di fallimento precedenti rispetto agli impianti lunghi ma una predicibilità complessiva simile. L’analisi conferma quindi che gli impianti corti possono essere una scelta affidabile, purché la qualità ossea sia adeguata e la carica prostetica sia pianificata con attenzione.
Il numero di impianti da utilizzare dipende da:
Secondo principi classici, se la protesi poggia sui denti oltre agli impianti, si può limitare l’installazione a un numero minimo di impianti necessario. In caso di edentia completa si consiglia di utilizzare almeno sei impianti se sono previste protesi fisse, da due a quattro se rimovibili. Lo spazio tra gli impianti adiacenti e tra gli impianti e i denti rimanenti è di circa 3 mm.
L’architettura ossea determina la stabilità primaria e la scelta del carico. Dalla tomografia si valuta la densità delle trabecole e la proporzione tra osso compatto e spugnoso. La classificazione di Lekholm e Zarb distingue quattro classi di osso:
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Con architetture di tipo I e II la densità è buona ma può causare rischi termici durante la preparazione del letto osseo; con tipo III e IV l’uso di impianti a ampia superficie è spesso indicato per migliorare l’osteointegrazione.
Gli impianti endossei sono la tipologia più comune. Si distinguono in:
Le protesi possono essere fisse o condizionalmente rimovibili; in presenza di soli impianti, le strutture condizionalmente rimovibili non richiedono preparazione dei denti vicini. Se si usa una protesi a ponte, è consigliabile includere almeno due denti pilastro per evitare sovraccarichi che causino mobilità o perimplantite.
Gli impianti corti (< 10 mm) risultano utili soprattutto in zone posteriori, dove la quantità ossea è ridotta; la prognosi a lungo termine è influenzata anche dal tipo di osso e dal carico, con dati che mostrano una sopravvivenza molto alta anche a 10 anni in alcuni studi selezionati.
La chirurgia protesicamente guidata impiega tecniche minimamente invasive e guide 3D per posizionare gli impianti con precisione. Il carico immediato o precoce è possibile in alcuni casi, soprattutto con impianti di alta stabilità primaria come quelli zigomatici o con tecniche All-on-4/All-on-6 che sfruttano l’osso residuo e una planificazione digitale accurata.
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Il tempo di integrazione tipico è di circa 3 mesi, durante i quali l’osso matura attorno all’impianto. La durata prevista degli impianti ben mantenuti è superiore a 20 anni, spesso tutta la vita, soprattutto quando si scelgono sistemi affidabili e una corretta manutenzione.
Gli impianti zigomatici sono una soluzione per pazienti con grave atrofia ossea della mascella superiore, offrendo un’alternativa agli innesti ossei complessi. Caratteristiche principali: lunghezza fino a 30-55 mm, diametro variabile e una forte stabilità, con carico possibile in tempi rapidi grazie alla loro posizione sull’osso zigomatico. Le tecniche di carico includono carico immediato, precoce o differito, a seconda della stabilità e della gestione dei tessuti molli.
All-on-4 è una tecnica che consente di riabilitare un’arcata completa su quattro impianti, spesso inclinando due viti posteriori per sfruttare al meglio l’osso residuo e ridurre la necessità di innesti. Una pianificazione digitale accurata e l’uso di software di implantologia guidata hanno aumentato la predicibilità di questi protocolli, offrendo soluzioni rapide ed estetiche per pazienti edentuli.
Indicazioni tipiche:
Controindicazioni generali includono malattie somatiche non compensate, disturbi endocrini, patologie sistemiche gravi, fumo intenso, bruxismo. Controindicazioni locali includono atrofia severa dell’osso alveolare, patologie croniche nell’area operativa, infezioni attive, o igiene orale inadeguata. È obbligatorio un esame radiografico completo, preferibilmente CBCT 3D, per valutare densità ossea, altezza crestale e distanza dalle strutture nobili.
Il costo di un singolo impianto completo in alcune regioni può variare tra 1.500 e 2.500 euro, con All-on-4 o All-on-6 che possono raggiungere 8.000-15.000 euro per arcata a seconda della complessità, dei materiali della protesi e del numero di impianti. Gli impianti dentali, se mantenuti correttamente, possono durare oltre 20 anni. Gli impianti rientrano tra le spese sanitarie detraibili al 19% dall’IRPEF (sulla parte eccedente la franchigia).
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